Youssef Siher, trent’anni, ricercatore di geopolitica che ha collaborato con l’Ispi, giornalista freelance (tra gli altri ha firmato anche su il Fatto e il Foglio) e vicino agli ambienti dei Giovani palestinesi, è indagato per istigazione a delinquere aggravata. Secondo gli investigatori sarebbe l’amministratore della pagina social del Movimento 17 ottobre, che ha promosso nuove mobilitazioni dopo le violenze milanesi. La polizia lo ha rintracciato sabato mattina e accompagnato in questura. Naturalmente sarà la magistratura ad accertare le sue eventuali responsabilità. Intanto, però, una domanda comincia a imporsi con una certa prepotenza. E se dietro quella che ci hanno raccontato come un’esplosione spontanea di rabbia giovanile ci fosse un’organizzazione?
Per settimane abbiamo ascoltato sociologi, pedagogisti, commentatori e professionisti della comprensione spiegarci che i cosiddetti maranza sarebbero il prodotto del disagio delle periferie, della marginalità sociale, delle aspettative tradite, dei bisogni inascoltati. Ragazzi arrabbiati, insomma, ai quali la società avrebbe negato qualcosa e che adesso presenterebbero il conto spaccando vetrine, devastando negozi e aggredendo poliziotti.
Una spiegazione comodissima, soprattutto per chi la offre dal proprio salotto, possibilmente lontano dai negozi saccheggiati e dalle automobili incendiate.
L’inchiesta milanese suggerisce che il quadro possa essere assai più complesso. Il Movimento 17 ottobre disponeva di canali di comunicazione, diffondeva indicazioni operative, convocava manifestazioni in diverse città e modificava all’ultimo momento i luoghi dei concentramenti. Tutto questo richiede coordinamento, capacità organizzativa e persone che prendano decisioni. La spontaneità, evidentemente, ha imparato a gestire piuttosto bene i social network.
Il profilo del presunto amministratore aggiunge un elemento politicamente significativo. Siher si occupa professionalmente di Islam politico e movimenti islamici ed è descritto come vicino agli ambienti dei Giovani palestinesi. Questo, naturalmente, non dimostra alcun suo legame con organizzazioni islamiste. Indica però quanto sia necessario approfondire i rapporti tra l’attivismo propalestinese più radicale e i circuiti che cercano di trasformare la protesta di piazza in una mobilitazione permanente.
Ed è qui che la questione diventa davvero interessante. Perché il palestinismo militante, con le sue parole d’ordine e la sua crescente disponibilità a giustificare la violenza politica, offre da tempo un linguaggio comune a gruppi assai diversi. L’eventuale presenza di reti islamiste in questo ambiente merita un’indagine rigorosa, senza scorciatoie e senza indulgenze.
Rimane poi la domanda che sarebbe opportuno cominciare a porre con maggiore insistenza. Chi paga? Chi sostiene economicamente queste attività, se esistono finanziamenti esterni? Chi mette a disposizione risorse, strumenti e strutture? Qualcuno potrebbe avere dei sospetti, considerando anche i precedenti internazionali di finanziamento dell’estremismo. Ma i sospetti, per diventare notizie, hanno bisogno di prove. E sarebbe molto utile che le indagini riuscissero a fornirle.
Nel frattempo, sarebbe salutare destinare alla pattumiera una buona parte della sociologia da strapazzo che ha accompagnato questi avvenimenti. Quella che scambia sistematicamente la violenza per vitalità, il vandalismo per protesta sociale e l’aggressione per una disperata richiesta di ascolto. Una pattumiera capiente, possibilmente, perché il materiale accumulato è davvero considerevole.
Il disagio giovanile esiste, naturalmente. Esistono anche ragazzi che vivono condizioni difficili e meritano attenzione. Ma quando una protesta viene organizzata, coordinata e potenzialmente sfruttata da ambienti politici radicali, continuare a descriverla soltanto come un fenomeno sociale spontaneo significa rinunciare a capire chi la orienta e per quali scopi.
L’inchiesta di Milano potrebbe aiutarci a distinguere finalmente i ragazzi che scendono in piazza da chi li convoca, li organizza e magari spera di utilizzare la loro rabbia. Sarebbe già un progresso considerevole. Anche perché, mentre gli esperti continuano a interrogarsi sui bisogni inascoltati dei devastatori, il conto delle devastazioni arriva puntualmente a chi lavora. E quello, curiosamente, sembra interessare pochissimo ai sociologi del disagio.

