Ecco la dotta formula scelta dai più benevoli, o dai meno malevoli, per dare un giudizio mantenendo un distacco dal “palestinismo” di basso conio dialettico e retorico: Israele ha dilapidato il patrimonio reputazionale. Come se tutto si giocasse con una sola puntata al tavolo della storia. Quale sarebbe il patrimonio reputazionale a cui Israele starebbe rinunciando? La reputazione è l’insieme delle opinioni, della stima e della fiducia nutriti nei confronti, in questo caso, di un Paese.
Si tratta di un giudizio collettivo, di un credito costruito nel tempo attraverso azioni, comportamenti e coerenza tra valori dichiarati e fatti reali.
Siamo certi che Israele abbia mai ottenuto nei suoi settantotto anni di storia un unanime consenso e collettivo rispetto derivanti da un globale e definitivo riconoscimento come Stato di Israele, fondato in seguito alla Risoluzione 181 delle Nazioni Unite? Quanti ancora contestano la legittimità dello Stato di Israele minacciandone la sopravvivenza? Quale reputazione ha Israele presso chi ne mette in dubbio l’esistenza? Quelli, e ormai non sono pochi a tutte le latitudini, che rifiutano di riconoscere Israele come uno Stato democratico, l’unico della regione mediorientale, lo bollano con il peggiore lessico novecentesco e quando non si scade nel turpiloquio, come minimo lo si accusa di colonialismo o nazionalismo con riferimenti alle peggiori esperienze del passato. E quando si identifica Israele con lo Stato degli ebrei quale reputazione viene dilapidata? Quella che ha avvelenato l’Occidente con antigiudaismo prima e antisemitismo poi?
Oggi Israele si trova costretto a difendere ancora una volta la propria sopravvivenza. È in gioco la vita, la terra, la storia, l’assetto istituzionale democratico degli israeliani e la reputazione, in un mondo rivelatosi quanto meno pieno di preconcetti ormai secolari, non può essere la prima delle preoccupazioni. A meno che non si voglia condannare Israele perché potrebbe aver scelto, dopo il quasi archiviato dai più pogrom del 7 ottobre ’23, di cercare una soluzione il meno possibile provvisoria. Oppure, e questo è il sospetto più insopportabile da metabolizzare, la reputazione di Israele, degli israeliani e degli ebrei tutti è ancora e sempre collegata a quello che hanno subito in Europa con la Shoah? Gli ebrei si sarebbero fatti una reputazione perché sterminati a milioni? È solo, e sempre, quello che si ricorda degli ebrei che finalmente hanno uno Stato che sono costretti a difendere da quasi ottant’anni?
Secondo quel concetto di reputazione gli israeliani, e gli ebrei della diaspora sparsi per il mondo, starebbero riservando ai nemici, che per primi li hanno sempre attaccati, lo stesso trattamento subito nel ’900. In sostanza, si riconosce agli israeliani il diritto a difendersi, però non tanto; di rispondere agli attacchi con misura e proporzione; una guerra sì, ma non troppo. Non saprei chi è peggiore tra gli antisionisti neo-antisemiti vecchi di pregiudizi, carichi di rancori e accecati da una velenosa quanto efficace propaganda e i neo chierici da salotto buono, colto, con riconosciuta competenza e indiscussa fama da cui ci si aspetterebbe qualche opinione più ragionata e, magari, storicamente consistente.
Pesach, la memoria che libera: l’Esodo non è passato ma presente

