«Gli Stati Uniti stanno commettendo l’errore enorme di negoziare con un sistema terroristico che ruota intorno alla Repubblica islamica dell’Iran, come se fosse un qualunque altro Stato sovrano. Ma con Teheran non si può negoziare. Avresti mai fatto un accordo con Hitler?». Parole di Ben Gvir? Di Bibi Netanyahu? No, di Ruth Wasserman Lande, che è tutto meno che un falco o un’estremista religiosa: è un’ex deputata del parlamento israeliano per il partito centrista di Benny Gantz, oggi all’opposizione, e prima ancora consigliera di Shimon Peres e protagonista di iniziative sociali ed economiche di cooperazione tra ebrei e arabi che vivono in Israele. Le riporta un articolo di Antonio Picasso pubblicato sul Riformista il 25 giugno scorso, riferendo le sue dichiarazioni rese a Bruxelles durante un incontro con la stampa organizzato dall’Istituto europeo per la pubblica amministrazione (EIPA) e dall’European Jewish Association.
Un accordo con Hitler? Purtroppo un precedente esiste e non è lusinghiero per l’Europa: la Conferenza di Monaco del settembre 1938, nella quale la Gran Bretagna di Neville Chamberlain e la Francia di Édouard Daladier sacrificarono la Cecoslovacchia — che la Germania nazista avrebbe occupato completamente nell’aprile dell’anno successivo — sull’altare dell’illusione di aver portato «la pace per il nostro tempo», come dichiarò enfaticamente il primo ministro britannico al suo ritorno a Londra. Alla Conferenza di Monaco i rappresentanti della Cecoslovacchia non furono neppure invitati, se non per sentirsi notificare le conclusioni della conferenza. Oggi, al tavolo della trattativa avviata da Donald Trump con gli ayatollah, non siedono Israele, il Libano e, naturalmente, nemmeno l’Europa, che in tutta questa crisi si è limitata a voltarsi dall’altra parte.
Eppure i manifestanti massacrati dal regime l’8 e il 9 gennaio di quest’anno — 35.000 secondo le stime più prudenti, oltre 100.000 secondo altre fonti: in ogni caso il più spaventoso massacro di Stato della storia moderna in rapporto alla brevità del tempo in cui si è consumato — e quelli che li hanno preceduti o seguiti, incarcerati o uccisi dai Pasdaran della Rivoluzione, vere SS iraniane, guardavano proprio all’Europa.
Guardavano al continente nel quale sono nati quei diritti per i quali sono scesi in piazza, anche se gli europei sembrano essersene dimenticati.
L’analisi di Ruth Wasserman Lande non concede attenuanti. In un suo post su X, riassumendo l’incontro di Bruxelles, ricorda a chi ha la memoria corta che «la minaccia dell’estremismo islamico non è semplicemente antiebraica, ma annulla proprio quei valori a cui gli europei tengono di più. Infatti, essere antiebraici e antisemiti è semplicemente il minimo comune denominatore per mobilitare il sostegno a favore dell’assurda idea di appoggiare l’estremismo in qualsiasi forma, come l’IRGC (i Pasdaran iraniani: n.d.r.), Hamas, i Fratelli Musulmani, la Turchia, il Qatar, il Pakistan e simili. Pertanto, la lotta contro la sua infiltrazione nella cultura e nella società occidentali deve essere globale e in coordinamento con Israele, e non contro di esso».
È paradossale che i giovani che scendevano in piazza per il movimento MeToo, per leggi più severe contro l’omofobia e per maggiori investimenti in ambiente, istruzione e servizi sociali siano gli stessi che hanno partecipato in massa alle proteste per Gaza, schierandosi dalla parte di Hamas. Lo hanno fatto incuranti del fatto che Hamas ha imposto a Gaza le stesse regole che vigono in Iran, dalla negazione dei diritti delle donne alla persecuzione delle minoranze sessuali, e ignorando il modo in cui l’organizzazione ha speso il fiume di denaro riversatosi sulla Striscia nel corso degli ultimi decenni. Quelle risorse avrebbero potuto trasformare davvero la vita dei suoi abitanti; sono invece state impiegate quasi esclusivamente per preparare la guerra contro Israele, costruendo un’impressionante rete di tunnel blindati sotterranei, senza precedenti al mondo, con centri di comando sistematicamente collocati sotto scuole e ospedali, trasformando così la popolazione civile in uno scudo umano ed educando intere generazioni all’odio antisemita, spesso con la complicità delle strutture locali delle Nazioni Unite infiltrate da miliziani dell’organizzazione.
L’Iran è infatti il centro di una tela di ragno che, ormai da quasi mezzo secolo — l’avvento al potere di Khomeini risale al 1979 — non si limita a schiavizzare il proprio popolo, negando a donne e uomini diritti che per noi sono scontati come l’aria che respiriamo e proprio per questo quasi invisibili. Ha esportato quel modello in tutto il Medio Oriente, anche grazie alla complicità del Qatar, lo stesso Paese che ha ospitato i Mondiali di calcio del 2022 al prezzo della sistematica violazione dei diritti dei lavoratori immigrati impiegati nella costruzione degli stadi.
Houthi, Hezbollah e Hamas non sono il nome di gruppi etnici, ma di tre organizzazioni armate create, finanziate e sostenute dall’Iran. Esse dominano con il terrore vaste aree dello Yemen, il Libano — fino a far parte delle sue istituzioni di governo — e Gaza, esercitando un’influenza crescente anche sulla Cisgiordania. Operano secondo il modello dei Pasdaran, il vero “Stato nello Stato” iraniano, che controlla le principali leve dell’economia, comprese quelle illegali, e dispone di un proprio esercito, di una propria marina e di una propria aviazione paralleli alle forze armate regolari.
La partita che si gioca intorno allo Stretto di Hormuz, dunque, non riguarda soltanto il prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Le sue conseguenze possono incidere a lungo sul futuro dell’intero mondo libero. L’Iran è il Paese che ha fornito alla Russia di Vladimir Putin i droni impiegati per colpire i civili ucraini e anche il know-how per produrli autonomamente. È il regime che continua a perseguire l’obiettivo di dotarsi dell’arma nucleare, che potrebbe minacciare non soltanto Israele ma anche l’Europa. È il regime che si è arrogato il diritto di aprire e chiudere a proprio piacimento il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, mettendo in discussione uno dei presupposti strategici degli Accordi di Abramo, vale a dire il più serio e promettente tentativo finora compiuto di costruire un nuovo equilibrio di pace nella regione.
Ed è proprio su questo punto che Ruth Wasserman Lande, nelle dichiarazioni riportate dal Riformista, lancia il suo allarme. La scelta americana di trattare con Teheran, sostiene, sta restituendo all’Iran degli ayatollah un ruolo rafforzato di potenza egemone del Golfo, proprio mentre le operazioni militari israeliane contro le infrastrutture del regime e contro quelle dei suoi “combattenti per procura” sembravano averne ridimensionato le ambizioni.
«L’Iran sta manipolando i lavori in Svizzera proprio come fa con i suoi proxy. Il Libano intero è caduto in questa trappola. E anche le terze parti degli accordi Iran-Usa stanno facendo la stessa fine. È ridicolo che a fare da soggetti neutrali siano Pakistan, Qatar e adesso anche Egitto e Turchia. Fino a non molto tempo fa questi Paesi erano nemici di Teheran. Con Ankara i mullah non si sono mai potuti vedere. Mentre adesso con il regime ci si confronta. Si negozia. Si fanno affari».
Come con Hitler nel 1938. Eppure allora c’erano già stati i campanelli d’allarme: le persecuzioni contro gli ebrei erano sotto gli occhi di tutti, erano sorti i primi lager, la Renania era stata rimilitarizzata e il progetto espansionistico del nazismo non era più un mistero. E sappiamo tutti come è andata a finire.

