L’accordo quadro annunciato tra Stati Uniti, Israele e Libano è una buona notizia, o quanto meno un segnale incoraggiante. Dopo così tanti mesi di guerra, di cattive notizie e di mancanza di speranza, quando sembrava che Israele fosse finito in un vicolo cieco su tutti i fronti e che non ci fosse alcuna luce in fondo al tunnel, oggi c’è finalmente qualcosa a cui aggrapparsi. C’è ancora spazio per l’ottimismo.
Un accordo quadro che conduca, alla fine del percorso, a un vero trattato di pace con lo Stato del Libano deve diventare ora un obiettivo strategico urgente per Israele. Il governo israeliano deve cogliere questa occasione, fare propria questa opportunità e impegnarsi con tutte le sue forze per arrivare a un accordo definitivo. Nella difficile e complessa realtà creatasi nei confronti dell’Iran, questa può davvero rappresentare un’occasione per separare i diversi fronti di crisi e offrire a Israele e al Libano un’opportunità, forse irripetibile, di normalizzare le relazioni e togliere ossigeno a Hezbollah.
Un simile accordo priverebbe Hezbollah del terreno sotto i piedi: non potrebbe più sostenere di essere il difensore del Libano. Creerebbe inoltre una frattura tra le ambizioni dell’Iran di tornare a svolgere un ruolo centrale, decisivo e pericoloso in Libano, ricostruendo il suo principale proxy nella regione. Hezbollah non è stato sconfitto: negli ultimi mesi ha dimostrato di essere un nemico ostinato e tenace. Tuttavia ha subito da Israele colpi durissimi su tutti i fronti e sarebbe un grave errore se Israele lasciasse sfuggire questa opportunità strategica e diplomatica.
Dopo l’annuncio dell’accordo quadro, avvenuto venerdì, restano naturalmente moltissime domande senza risposta. Anche in Israele si registra un raffreddamento dell’entusiasmo e non mancano gli avvertimenti sui rischi che potrebbero compromettere l’attuazione dell’intesa. Da una parte ci sono briefing pessimisti attribuiti ad anonime “fonti della sicurezza”, dall’altra dichiarazioni decisamente più positive e ottimistiche.
Anche in Libano, naturalmente, la situazione è estremamente delicata. Hezbollah respinge categoricamente l’accordo e rifiuta qualsiasi ipotesi di disarmo. Alcuni esponenti del movimento minacciano apertamente una guerra civile; altri, appartenenti al campo sciita e sostenitori di Hezbollah, avvertono del rischio che un Paese già segnato da tante guerre civili possa precipitare ancora una volta nel caos.Nel Paese dei Cedri cresce infatti il timore che la volontà del governo libanese di normalizzare i rapporti con Israele possa provocare una nuova ondata di violenze nelle strade di Beirut e nel resto del Paese.
Il presidente Joseph Aoun è un uomo di grande coraggio e le sue dichiarazioni contro l’Iran e Hezbollah devono trovare un corrispondente coraggio anche da parte israeliana. Mai come oggi il Libano ha avuto un governo tanto favorevole, dal punto di vista di Israele e dell’Occidente, al tentativo di raggiungere finalmente un accordo politico complessivo con Israele.
Aoun è ben conosciuto dagli ambienti politico-militari israeliani fin dai tempi in cui era comandante dell’esercito libanese. È stato osservato e seguito per anni. Credo che in Israele si sia consapevoli del fatto che difficilmente si presenterà un’occasione migliore della sua per cercare di raggiungere quella pace tanto attesa.Il Libano è senza dubbio uno Stato debole e povero. L’esercito libanese è ancora lontano dall’avere la capacità di agire con piena efficacia contro Hezbollah. Non è nemmeno certo che l’attuale comandante dell’esercito sia davvero in grado, o voglia, affrontare uno scontro diretto con il movimento sciita.
Ed è qui che entrano in gioco gli Stati Uniti, con le loro risorse economiche. Finché Washington, e soprattutto il presidente Trump, resteranno realmente impegnati su questo dossier, ci saranno motivi per sperare nel successo dell’iniziativa. Trump ha promesso ingenti aiuti finanziari al governo libanese, destinati a rafforzarne la posizione e a sostenere l’esercito nazionale. Finché non perderà interesse per questo progetto, le possibilità di riuscita resteranno concrete.
Successivamente, sembra probabile che anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti cercheranno di consolidare la propria presenza attraverso un massiccio sostegno finanziario all’economia libanese, alle sue istituzioni e alle sue forze armate.Resta naturalmente un’altra domanda: il governo israeliano, e in particolare il primo ministro Netanyahu, riuscirà questa volta a superare cinismo e pessimismo per prendere una decisione capace di cambiare davvero la realtà della regione, anzitutto nell’interesse dei cittadini israeliani?
Per tutta la durata di questa interminabile guerra combattuta su molteplici fronti, il governo israeliano ha evitato di affrontare il tema del “giorno dopo”. Non ha voluto riconoscere che ogni vittoria tattica sul piano militare deve necessariamente essere seguita da un’iniziativa politica, se si vuole trasformarla in una vittoria strategica. Forse questa volta Netanyahu comprenderà che proprio questa potrebbe diventare, alla fine, una delle pagine più importanti della sua eredità politica.
Il popolo israeliano, e per quanto posso capire anche una parte molto consistente della società libanese, è pronto da tempo alla normalizzazione dei rapporti. Non conosco un solo israeliano che non desideri sinceramente costruire relazioni normali di buon vicinato con il Libano. Hezbollah è sempre stato il problema e continua a esserlo. La componente sciita del Libano che sostiene Hezbollah rappresenta ancora un ostacolo e questo problema non scomparirà dall’oggi al domani.
Eppure, nelle ultime settimane dal Libano arrivano moltissime voci sorprendenti. Giovani, accademici, giornalisti e rappresentanti di altre élite parlano apertamente, talvolta perfino con grande franchezza, del loro desiderio di raggiungere un accordo con Israele. Ci sono giovani cristiani che, davanti alle telecamere della televisione libanese, dichiarano di sognare di andare a bere un whisky a Tel Aviv. E ci sono giovani di Tel Aviv che non vedono l’ora di trascorrere un fine settimana di festa a Beirut.
È un sogno possibile. La distanza geografica è minima. Malgrado tutte le complessità e i problemi, libanesi e israeliani non sono poi così diversi. Gli abitanti di Tel Aviv e quelli di Beirut potrebbero davvero realizzare questo sogno. Speriamo che la realtà sul terreno renda possibile questa pace. Sarebbe un vantaggio enorme per Israele e rafforzerebbe ulteriormente la sua posizione nella regione e nel mondo. Speriamo che i leader abbiano il coraggio di andare fino in fondo.
Daniel Bettini
caporedattore esteri del quotidiano Yedioth Ahronot.
L’ora dei dilettanti

