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Gaza. Dahlan torna al centro del gioco

L’ex capo della sicurezza di Fatah, in esilio ad Abu Dhabi, avrebbe svolto un ruolo decisivo nei colloqui sul disarmo di Hamas. Per alcuni osservatori potrebbe diventare uno degli uomini chiave della Gaza del dopo guerra

Shira Navon

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Gaza. Dahlan torna al centro del gioco

C’è un nome che riemerge con forza nei negoziati sul futuro della Striscia di Gaza, dopo anni trascorsi ai margini della politica palestinese. È quello di Mohammed Dahlan, ex uomo forte di Fatah nella Striscia ed eterno rivale di Mahmoud Abbas, che secondo diverse fonti avrebbe svolto un ruolo determinante nei colloqui che hanno portato Hamas ad accettare, almeno in linea di principio, una roadmap per il disarmo e la rinuncia al controllo del governo di Gaza.

A riportarlo è il quotidiano britannico The Telegraph, secondo il quale Dahlan sarebbe stato uno dei protagonisti meno visibili ma più influenti della trattativa. Fonti vicine ai negoziati sostengono che sia riuscito a convincere Hamas che la rinuncia alle armi rappresenta l’unica possibilità per conservare un ruolo nella futura scena politica palestinese. «La sua proposta è un’ancora di salvezza politica per Hamas», ha dichiarato una fonte al giornale britannico.

Nelle stesse ore Dahlan è intervenuto pubblicamente attraverso il proprio profilo su X. Dopo avere accolto con favore l’intesa raggiunta tra le fazioni palestinesi sulla roadmap in quindici punti, ha affermato che il successo dell’accordo dipenderà ora dall’impegno israeliano a fermare gli attacchi quotidiani nella Striscia. Ha inoltre rivelato di avere informato Jared Kushner, genero e consigliere del presidente americano Donald Trump, il quale gli avrebbe assicurato di essere al lavoro con il governo israeliano per favorire la cessazione delle operazioni militari. L’affermazione non è stata confermata ufficialmente da Washington.

Dahlan, sessantaquattro anni, conosce Gaza meglio di quasi tutti gli altri dirigenti palestinesi. Negli anni Novanta guidò il potente Servizio di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese nella Striscia, fino alla sanguinosa presa del potere da parte di Hamas nel 2007. Da allora vive negli Emirati Arabi Uniti, dove è diventato uno dei più stretti collaboratori del presidente Mohammed bin Zayed e ha costruito una vasta rete di rapporti nel mondo arabo.

Proprio questi legami, secondo gli osservatori, gli consentono oggi di dialogare contemporaneamente con Hamas, con gli Emirati, con gli americani e con alcuni interlocutori israeliani. Negli ultimi mesi sono emerse anche indiscrezioni su incontri ad Abu Dhabi con rappresentanti dell’establishment della sicurezza israeliana, mai confermati ufficialmente.

Secondo la bozza di accordo illustrata nei giorni scorsi dalla cosiddetta Gaza Peace Council, l’amministrazione della Striscia dovrebbe essere affidata a una nuova Commissione nazionale per la gestione di Gaza (NCAG), incaricata di assumere progressivamente tutte le competenze civili e di sicurezza. Il principio guida è sintetizzato nello slogan «un’unica autorità, un’unica legge, un’unica arma»: Hamas dovrebbe rinunciare al controllo diretto del territorio e consegnare l’arsenale pesante, mentre la smilitarizzazione sarebbe verificata da un organismo internazionale parallelamente al ritiro graduale delle forze israeliane.

Per Dahlan questo potrebbe rappresentare il momento del ritorno sulla scena. Pur restando una figura profondamente divisiva nel mondo palestinese e invisa alla leadership di Ramallah, continua a conservare una rete di sostenitori nella Striscia e gode dell’appoggio degli Emirati Arabi Uniti, uno degli attori regionali più coinvolti nella ricostruzione di Gaza.

Resta però da capire se la sua influenza basterà a trasformare un’intesa ancora fragile in un processo politico stabile. Dopo quasi vent’anni di dominio di Hamas e con una leadership palestinese profondamente frammentata, il futuro della Striscia dipenderà molto meno dai nomi dei protagonisti che dalla capacità di far rispettare gli impegni assunti. E, soprattutto, dalla volontà delle parti di evitare che il cessate il fuoco si trasformi nell’ennesima tregua destinata a fallire.