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Operazione Entebbe. Dopo 50 anni i verbali segreti

Un manoscritto attribuito al leader di Hamas descrive nei dettagli l’attacco contro Israele, il numero di terroristi da impiegare e perfino gli scenari della risposta militare israeliana

Paolo Montesi

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Operazione Entebbe. Dopo 50 anni i verbali segreti

Per quasi una settimana il governo israeliano fu convinto che un blitz militare fosse praticamente impossibile. Soltanto nelle ultime quarantotto ore, quando i negoziati erano ormai arrivati a un vicolo cieco e nuove informazioni raccolte dagli ostaggi liberati resero più chiara la situazione sul terreno, maturò la decisione che avrebbe dato vita all’Operazione Entebbe, uno dei raid più celebri della storia contemporanea. A cinquant’anni da quella missione, una vasta raccolta di documenti desecretati dagli Archivi di Stato israeliani offre un quadro molto diverso rispetto alla versione che si è consolidata nel tempo.

Le carte, pubblicate in occasione dell’anniversario del blitz del 4 luglio 1976, comprendono verbali delle riunioni del governo, cablogrammi diplomatici, appunti manoscritti e trascrizioni delle conversazioni telefoniche intercorse durante i sette giorni della crisi. Ne emerge il ritratto di una leadership che non aveva un piano prestabilito, ma che modificò progressivamente la propria strategia di fronte all’evoluzione degli eventi.
Il dirottamento del volo Air France 139, partito da Tel Aviv e diretto a Parigi con scalo ad Atene, aveva coinvolto oltre duecento passeggeri.

L’aereo venne condotto all’aeroporto di Entebbe, in Uganda, dove i terroristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, affiancati da due membri tedeschi delle Cellule Rivoluzionarie, separarono gli ostaggi israeliani e quelli ebrei dagli altri passeggeri. Il dittatore ugandese Idi Amin offrì ai sequestratori piena collaborazione, trasformando il proprio Paese in una base operativa.

Nei primi giorni il governo guidato da Yitzhak Rabin cercò soprattutto una soluzione diplomatica. Israele attribuì alla Francia una responsabilità diretta, trattandosi di un volo della compagnia di bandiera francese, mentre furono avviati contatti con diversi interlocutori internazionali nella speranza di ottenere una mediazione. Lo stesso Baruch Bar-Lev, ex addetto militare israeliano a Kampala e conoscente personale di Idi Amin, fu incaricato di convincere il presidente ugandese a favorire la liberazione degli ostaggi.

Parallelamente cresceva la pressione delle famiglie, che chiedevano al governo di accettare uno scambio di prigionieri pur di salvare i propri cari. Dai verbali emerge quanto quel dibattito abbia inciso sulle valutazioni dell’esecutivo. Rabin riconosce apertamente che sarebbe stato difficile spiegare all’opinione pubblica perché Israele avesse accettato in passato scambi di detenuti per recuperare i corpi di soldati caduti e si rifiutasse invece di farlo per salvare cittadini ancora in vita.

Anche i vertici militari nutrivano forti dubbi. Il capo di stato maggiore Mordechai “Motta” Gur arrivò a dire che l’esercito israeliano non era stato concepito per operazioni di quel tipo a quattromila chilometri di distanza. L’ipotesi di un intervento armato veniva considerata un’opzione estrema, destinata a essere presa in esame soltanto qualora ogni altra strada fosse fallita.

La situazione cambiò tra il 2 e il 3 luglio. Il rifiuto dei terroristi di modificare le proprie richieste, unito alle preziose informazioni raccolte dagli ostaggi stranieri nel frattempo rilasciati, consentì ai pianificatori militari di costruire un piano credibile. Il ministro della Difesa Shimon Peres convinse infine il governo ad assumersi il rischio, ricordando che Israele si trovava davanti a un’operazione senza precedenti e che la sorpresa rappresentava l’unica possibilità di successo.

Nel pomeriggio del 3 luglio quattro Hercules C-130 decollarono verso l’Uganda trasportando i commandos della Sayeret Matkal. Poche ore dopo liberarono gli ostaggi, uccisero i sequestratori e distrussero parte dell’aviazione militare ugandese. Nel corso dell’operazione morirono quattro ostaggi e il comandante dell’unità d’assalto, il tenente colonnello Yonatan Netanyahu, fratello dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. La missione sarebbe stata successivamente ribattezzata in suo onore.

I documenti appena resi pubblici restituiscono così una vicenda più complessa della leggenda costruita negli anni. L’Operazione Entebbe non nacque dalla certezza di una soluzione militare, bensì da giorni di esitazioni, discussioni e tentativi diplomatici. Proprio questa evoluzione rende ancora più significativo il valore di una decisione che avrebbe segnato la storia della lotta internazionale al terrorismo e fissato uno dei principi destinati a caratterizzare la politica di sicurezza israeliana: cercare ogni strada possibile per riportare a casa i propri cittadini, senza rinunciare, quando ogni alternativa si esaurisce, all’opzione dell’intervento diretto.