Home > Approfondimenti > Israele dopo la guerra: la vera sfida comincia adesso

Israele dopo la guerra: la vera sfida comincia adesso

I successi militari contro Hamas e l’asse iraniano aprono una nuova fase: senza una strategia politica e diplomatica, anche le vittorie sul campo rischiano di rivelarsi effimere

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 3 min
Israele dopo la guerra: la vera sfida comincia adesso

«E adesso?» È la domanda che si pone il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini in un editoriale pubblicato su Ynet. Un interrogativo che va oltre l’esito delle operazioni militari e riguarda il futuro strategico dello Stato ebraico. Perché la vittoria militare, da sola, non basta. Dopo mesi di guerra, operazioni mirate e colpi inferti ai principali nemici regionali, Israele si trova davanti a un bivio che riguarda non soltanto la sicurezza, ma la sua stessa strategia politica.

L’eliminazione di alti comandanti, la distruzione di infrastrutture militari e l’indebolimento dell’asse guidato da Teheran rappresentano risultati significativi. Eppure la storia del Medio Oriente insegna che ogni vuoto di potere viene rapidamente riempito. Senza una visione politica, ogni successo sul campo rischia di trasformarsi in una tregua temporanea.

Il primo banco di prova è Gaza. Se Hamas dovesse perdere definitivamente la capacità di governare, chi amministrerebbe la Striscia? L’Autorità Palestinese continua a mostrare limiti di consenso e credibilità, mentre i Paesi arabi, pur disponibili a discutere nuovi assetti, difficilmente accetteranno di assumersi responsabilità senza precise garanzie politiche e di sicurezza.

Anche sul fronte iraniano il problema resta aperto. I danni inflitti alle infrastrutture militari e al programma nucleare possono rallentare i progetti della Repubblica islamica, ma non eliminano l’ideologia che li sostiene. Teheran conserva una rete di alleanze, milizie e capacità di influenza costruita in decenni. Pensare che il problema sia definitivamente risolto significherebbe sottovalutare la natura stessa della minaccia.

Esiste poi una dimensione diplomatica spesso trascurata. Le operazioni militari modificano gli equilibri, ma sono la politica e la diplomazia a renderli duraturi. Israele dispone oggi di rapporti consolidati con diversi Paesi arabi e di una cooperazione regionale senza precedenti nei settori della sicurezza e dell’intelligence. Trasformare questa convergenza tattica in una vera architettura strategica rappresenta probabilmente la sfida più importante dei prossimi anni.

All’interno dello stesso Israele il dibattito è destinato a intensificarsi. Una parte dell’opinione pubblica ritiene che la sicurezza richieda il mantenimento di una forte presenza militare nei territori più sensibili. Altri sostengono invece che la stabilità potrà essere raggiunta solo costruendo un nuovo equilibrio regionale, capace di isolare gli attori più radicali senza alimentare ulteriori cicli di violenza.

Nessuna delle due posizioni offre soluzioni semplici. Tuttavia entrambe convergono su un punto: la guerra non può rappresentare una strategia permanente. Può neutralizzare una minaccia, guadagnare tempo, modificare i rapporti di forza. Ma il tempo conquistato deve essere utilizzato per costruire qualcosa di diverso.

È questa, in fondo, la domanda sollevata da Ben-Dror Yemini e che oggi dovrebbe interrogare l’intera classe dirigente israeliana. Non se Israele abbia ottenuto importanti risultati militari, ma se saprà trasformarli in un vantaggio politico stabile. Perché nella storia del Medio Oriente le vittorie tattiche sono numerose; molto più rare sono quelle capaci di cambiare il corso degli eventi.