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Rom Braslavski. Ostaggi israeliani costretti a convertirsi all’islam

L’ex ostaggio racconta le pressioni religiose subite durante 738 giorni di prigionia e riporta un dato che, se confermato, apre uno squarcio su una forma poco raccontata della violenza di Hamas e della Jihad islamica

Daniele Scalise

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Rom Braslavski. Ostaggi israeliani costretti a convertirsi all'islam

Per quasi due anni gli hanno ripetuto ogni giorno che la sua fede era sbagliata, che avrebbe dovuto abbandonare l’ebraismo e pronunciare la shahada. Gli promettevano condizioni migliori, più cibo, una vita meno disumana. Rom Braslavski, sequestrato il 7 ottobre 2023 mentre lavorava come addetto alla sicurezza al festival Nova e rimasto prigioniero della Jihad islamica palestinese per 738 giorni, ha raccontato per la prima volta in televisione che la conversione all’islam rappresentava una delle pressioni psicologiche esercitate sistematicamente dai suoi carcerieri. E ha aggiunto un’affermazione destinata a far discutere, sostenendo che almeno il 60 per cento degli ostaggi ebrei avrebbe finito per convertirsi durante la prigionia. Si tratta di un dato riferito dalla sua esperienza e che, al momento, non dispone di conferme indipendenti, ma il solo fatto che un ex ostaggio ne parli pubblicamente rende evidente la natura del ricatto infame al quale erano sottoposti.

Braslavski, oggi ventunenne, aveva già sconvolto Israele pochi mesi dopo la liberazione raccontando le torture e le violenze sessuali subite durante la detenzione, diventando il primo ostaggio uomo a descrivere pubblicamente abusi di questo tipo. Le sue nuove dichiarazioni aggiungono un altro tassello a quel sistema di annientamento fisico e morale che emerge dalle testimonianze di numerosi ostaggi liberati.

Secondo il suo racconto, le giornate erano scandite da un incessante indottrinamento religioso. I sequestratori parlavano del Corano, di Maometto, insistevano sul fatto che gli ebrei fossero nell’errore e invitavano il prigioniero a unirsi a loro. A un certo punto Braslavski pensò perfino di cedere, salvo fermarsi all’ultimo momento. Ha spiegato di avere sentito che, qualunque cosa accadesse sottoterra, Dio sapeva ciò che stava vivendo e che non avrebbe trasformato quella scelta estrema in una finzione.

Paradossalmente, proprio durante la prigionia il giovane riscoprì l’ebraismo. Prima del 7 ottobre non osservava lo Shabbat e non conduceva una vita religiosa. Rinchiuso nei tunnel e nelle case della Striscia di Gaza, cominciò invece a ricostruire a memoria le preghiere dimenticate. Racconta di avere composto una sorta di liturgia personale utilizzando i pochi versetti che ricordava, fra i quali il Salmo 23, “Anche se camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male”. Quando uno dei responsabili religiosi della Jihad islamica gli suggerì di pregare cinque volte al giorno come i musulmani, Braslavski rispose che gli ebrei pregano tre volte al giorno e continuò a farlo. Dal ritorno in Israele, dice, non ha più mancato uno Shabbat.

Confesso che questa vicenda mi colpisce in modo particolare. Molti anni fa ho scritto Il caso Mortara, il libro dedicato al bambino ebreo Edgardo Mortara, sottratto alla sua famiglia per ordine di Pio IX e allevato come cattolico perché, sosteneva la Chiesa cattolica, sembrava fosse stato battezzato di nascosto da una fantesca. Studiando quella storia ho imparato che la conversione coatta rappresenta una delle forme più profonde di violenza contro una persona, perché punta a cancellarne l’identità, la memoria e il legame con la propria comunità. Cambiano i secoli, cambiano gli strumenti, cambiano i protagonisti, resta identica la pretesa di dominare l’anima dell’altro.

Naturalmente nessun paragone storico può sovrapporre realtà tanto diverse. Eppure il principio resta lo stesso. Quando un uomo, ridotto alla fame, incatenato, torturato e completamente nelle mani dei suoi carcerieri, viene spinto ad abiurare la propria fede in cambio di un pezzo di pane o di un trattamento meno feroce, quella scelta perde ogni significato religioso. Diventa semplicemente un’altra forma di tortura.

Le testimonianze degli ostaggi continuano così a restituire un quadro sempre più completo della prigionia nelle mani di Hamas e della Jihad islamica. Accanto alle privazioni, alle violenze fisiche e agli abusi psicologici emerge anche il tentativo di piegare l’identità religiosa delle vittime. È un aspetto destinato a pesare nella ricostruzione storica di ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre, perché dimostra che la guerra combattuta contro gli ostaggi non riguardava soltanto i loro corpi. Riguardava anche ciò che erano. Riguarda lo stupro dell’anima. E questo, Dio solo sa se meriterà il Suo perdono.