Ormai ce ne siamo accorti in molti. Esiste una forma assai bizzarra di fondamentalismo che non abita i conventi, non celebra la messa in latino e non rimpiange il Concilio. E’ tutta gente compunta che s’accomoda nei salotti televisivi, dietro le scrivanie delle redazioni, sulle cattedre delle università, attorno ai tavoli dei festival letterari, dietro le tastiere dei social network. Si presenta come laica, progressista, razionale, ma appena qualcuno osa anche solo sfiorare uno dei suoi dogmi rivela un temperamento che definire confessionale non rende l’idea. E’ la sinistra lefevriana.
L’accostamento potrà sembrare irriverente, ma l’atteggiamento è simile. Da una parte c’è chi considera intoccabile la Tradizione con la T maiuscola; dall’altra chi custodisce con identica devozione un piccolo breviario di verità rivelate che non ammettono il beneficio del dubbio. Cambiano i santi, cambiano i simboli, cambiano le processioni, tutto insomma, ma non l’atteggiamento che resta identico.
La prova è semplice e può essere replicata ovunque. Provate a osservare che i numeri delle vittime palestinesi sono diffusi dal ministero della Sanità di Gaza, cioè dai terroristi di Hamas, e che per questa sola ragione meriterebbero di essere presi con qualche cautela. Oppure limitatevi a ricordare che Israele possiede, oltre a molti doveri, anche il diritto di difendere la propria esistenza. O ancora azzardate l’ipotesi che Elly Schlein non sia il fenomeno politico del secolo, oppure che Nicola Fratoianni assomigli a un diligente impiegato dell’ufficio delle poste di Paperopoli. Non serve molto di più, la discussione muore lì e da quel momento non si confrontano più idee, ma si celebra un processo.
Le accuse arrivano con una puntualità che farebbe invidia al vecchio Sant’Uffizio. Fuori di qui, fascista. Ed allora è un via vai di: non mi parlare più, vannacciano!Vergognati, servo del potere, complice del genocidio e nemico della democrazia!! Le parole cambiano secondo la moda del momento, ma la logica rimane identica: se metti in discussione il dogma, il problema non è ciò che dici, il problema lo diventi tu in carne ed ossa.
È un meccanismo curioso, soprattutto perché va in una sola direzione. L’insulto, infatti, è considerato una raffinata quanto doverosa forma di impegno civile quando colpisce gli avversari nei confronti dei quali si evocano giocosamente allusioni come con le ginocchiere (“ma, dai, su, scherzavo, possibile che non abbiate capito?”). Dare del nazista, del criminale, del genocida o del razzista a chiunque non appartenga alla compagnia dei puri rientra pienamente nelle libertà democratiche. Ironizzare, invece, su un dettaglio fisico di Giuseppe Conte o osservare con un sorriso che qualche leader progressista non brilla per carisma diventa improvvisamente un attentato alla dignità umana, alla Costituzione, ai padri fondatori, ai martiri delle Fosse Ardeatine. La satira è sacra, purché colpisca sempre gli altri.
È probabilmente questo il tratto più affascinante della sinistra lefevriana: pretende di esercitare il monopolio dell’ironia e insieme quello dell’indignazione. Decide che cosa faccia ridere, chi possa essere preso in giro e quali argomenti debbano essere sottratti per sempre al libero esame. In fondo è un’autorità morale piuttosto esigente, anche se non è mai stata eletta da nessuno.
Colpisce anche un altro particolare. Molti dei suoi esponenti trascorrono una parte considerevole della loro esistenza a spiegare quanto la Chiesa sia stata dogmatica, intollerante e incapace di accettare il dissenso. Lo fanno con la convinzione di chi crede di avere definitivamente archiviato i secoli dell’ortodossia. Poi, però, basta mettere in dubbio uno dei loro articoli di fede e riaffiora un antico riflesso: l’eresia va individuata, denunciata, isolata e se insiste magari anche bastonata. Non c’è bisogno dell’Indice dei libri proibiti. Bastano un hashtag, una petizione e qualche centinaio di post indignati.
La politica, che dovrebbe essere il luogo del dubbio, del confronto e perfino dell’autocritica, viene così trasformata in una religione civile dove la fede conta più dei fatti e la purezza dell’intenzione vale più della forza degli argomenti. Con una differenza, però, che sarebbe ingeneroso non riconoscere. I lefevriani autentici, almeno, conoscono il latino. Quelli della sinistra lefevriana, troppo spesso, hanno un rapporto incerto perfino con l’italiano.