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Il filmato che il mondo non vuole vedere: dentro i 46 minuti dell’orrore del 7 ottobre

Dalle GoPro dei terroristi alle telecamere di sicurezza, il documentario ricostruito dal ministero della Difesa di Israele mostra senza filtri il massacro compiuto da Hamas. E pone una domanda che continua a inquietare: quando il 7 ottobre diventerà finalmente oggetto di studio e non di rimozione?

Simone Navarra

Tempo di Lettura: 6 min
Il filmato che il mondo non vuole vedere: dentro i 46 minuti dell'orrore del 7 ottobre

È una mattina di sole, il paesaggio è piatto, pulito. Subito compaiono i volti di alcuni ragazzi: imbracciano fucili a ripetizione, mitragliette, gridano «Allah è grande». Sono a bordo di fuoristrada lucidi che corrono veloci. Sono queste le prime immagini di un filmato di 46 minuti e 38 secondi che il ministero della Difesa di Israele ha ricostruito sull’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023.

È un documento realizzato montando video presenti sul web, sui social, nei telefonini delle vittime, nelle telecamere a circuito chiuso dei distributori di benzina, nelle registrazioni del traffico, nei cellulari degli stessi aggressori, nelle GoPro montate sugli elmetti o sui cappellini da baseball. Grazie all’ambasciata di Israele e all’associazione Setteottobre è stato possibile visionare questo documento a un anno dai fatti. Successivamente, parte di questi tre quarti d’ora abbondanti di dolore e violenza è stata proiettata in alcune sale cinematografiche italiane e non solo. Il dossier è stato realizzato utilizzando oltre 1.300 ore di filmati. I corrispondenti da Gerusalemme e Tel Aviv hanno potuto visionarlo in anteprima, in molti casi.

La prima parte del documento video, breve, racconta l’attacco di Hamas alla frontiera. Le scaramucce nella prateria, le auto bruciate. Poi c’è l’arrivo in quelle che sembrano periferie di una qualsiasi località di mare del nostro Paese. Subito si vedono passanti uccisi a sangue freddo mentre aspettano che si apra un cancello. Alcune persone sono a una fermata dell’autobus. Dietro di loro c’è una postazione di book crossing, sembrano serene. I frame successivi raccontano una distesa di corpi disarticolati, imbrattati di sangue e polvere, con i volti deformati dai proiettili che li hanno attraversati.

«Cani, cani», gridano quelli, ormai coperti dai passamontagna, che impugnano Kalashnikov e agiscono in gruppo. L’esplodere delle pallottole pare uno scoppiettio da fiera paesana. Al sedicesimo minuto alcune ragazze, all’interno di quella che sembra una palestra, sono disorientate, spaventate, si chiedono cosa stia succedendo. Piangono. Dopo pochi secondi sono tutte stese a terra, i corpi riversi e ammucchiati. I miliziani di Hamas che le hanno uccise siedono a poca distanza, sul pavimento. Hanno i fucili a tracolla, alcuni puntano dritto verso l’obiettivo ed è difficile sostenere quello sguardo.

Sulle spalle questi giovani sorridenti che uccidono hanno quasi tutti degli zainetti, come quelli che si portano a scuola, e sembrano andare in gita, non all’assalto del nemico. Si sorpassano recinzioni e si tagliano reticolati. Le immagini in soggettiva ricordano il videogioco Call of Duty, nel quale bisogna eliminare i nemici per raggiungere l’obiettivo. Anche le registrazioni delle telefonate hanno l’effetto della fiction, del già sentito, come in un film di Quentin Tarantino. Sono però i gesti di chi è al centro della scena a far capire che è tutto vero, che non può essere frutto dell’Intelligenza Artificiale, come pure sostengono alcuni blog e siti internet che si occupano del conflitto in Palestina, soprattutto dopo l’offensiva dell’esercito israeliano. Ci sono militanti di Hamas che entrano in una casa, rompono le zanzariere con un taglierino, sparano dalle finestre, gridano indicazioni.

Tornano alla mente i cadaveri presi a calci e crivellati di colpi, come e più che in Black Hawk Down. Ma qui non è la Somalia del 1993. I corpi sbattuti da una parte all’altra delle jeep, oppure quelli sui quali saltella un terrorista di Hamas, sono la realtà di una guerra che la mattina del 7 ottobre 2023 nessuno aveva dichiarato «da una parte e dall’altra del confine».
Torna alla mente anche l’eccidio di Kindu, in Congo. Era l’11 novembre 1961 e furono trucidati tredici aviatori italiani del contingente dell’operazione delle Nazioni Unite. I corpi fatti a pezzi. Una statua fuori dall’aeroporto di Fiumicino ricorda da tempo quella tragedia che non ha mai avuto davvero giustizia.

L’effetto dei video del 7 ottobre non fa dimenticare quello che è successo dopo. La risposta, spesso scomposta, dei governanti, le proteste per ciò che sarebbe accaduto, le università americane in rivolta. Un altro Sessantotto, come quando avvenne la strage di My Lai, in Vietnam. Allora l’esercito americano passò dalla parte sbagliata della storia. È la logica della vendetta, dell’occhio per occhio. Poi però si diventa ciechi. Invece bisogna vedere. Tutto. Non c’è altro modo per capire dove stare. Cosa chiedere al manovratore.

Quando descrivo le scene dei filmati che ho visto quasi due anni fa, molti stentano a credere che stia raccontando la verità. Eppure basterebbe una sola scena. C’è una piccola abitazione, un giardino spelacchiato, qualche arnese lasciato in giro. Si sente il suono di un telefonino, il vociare della televisione. I militanti di Hamas sparano alcuni colpi, ma non sembrano mirare a qualcosa. Si vede un padre in mutande insieme ai suoi due figli, poco più che bambini. Scappano scalzi. Attraversano un cortile e si rifugiano dietro una porta. Speri, preghi, che possano salvarsi. Poi qualcuno lancia una bomba, di quelle che fanno tanto fumo e luce. Il padre esce e cade al suolo, ricoperto di sangue. I ragazzini vengono catturati e spinti dentro un salotto dove, poco lontano, ci sono ancora i resti della colazione. Uno piange e chiama la mamma. L’altro si stringe le ginocchia al petto e grida: «Perché sono vivo? Perché?».

Quei ragazzini sono altre vittime di quel 7 ottobre infame. Si vede una madre disperata davanti al cadavere del marito. Grida con la bocca spalancata, come nell’Urlo di Munch. Solo che questo non è un quadro e il movimento restituisce un dolore impossibile da descrivere con le sole parole.Le immagini della prigione di Abu Ghraib hanno spazzato via quelle dell’attentato alle Torri Gemelle. Impossibile dimenticare le umiliazioni, le torture, lo scherno di quei soldati. Su quella storia infame hanno fatto un film. Sul 7 ottobre, che ormai è storia vecchia di tre anni, non sembra esserci all’orizzonte uno sceneggiatore che abbia messo in fila gli eventi, fatto parlare qualche grande volto del cinema e trovato un aforisma semplice, limpido, destinato a rimanere impresso.Resta tutto nella nebulosa della giustificazione successiva, dovuta al fatto che a Gaza sono stati uccisi degli innocenti.

Nel 1959 una piccola casa editrice svizzera pubblicò il diario di una berlinese che sopportò e vide violenze e stupri nella capitale tedesca occupata dai sovietici. Il racconto si dipana tra il 20 aprile e il 22 giugno 1945. Hans Magnus Enzensberger ha scritto nell’introduzione al testo: «Problemi che erano stati messi in ombra dal genocidio tedesco, come il collaborazionismo ampiamente diffuso in Francia, in Olanda e altrove, l’antisemitismo della Polonia, i bombardamenti a tappeto di popolazioni civili e la pulizia etnica nell’Europa postbellica, divennero legittimi argomenti di ricerca».Ecco, mi chiedo: quando il 7 ottobre 2023 diventerà argomento di studio, di discussione, e non un episodio da nascondere o da spiegare ogni volta agli scettici?