Un nuovo programma di ricerca lanciato dalla Georgetown University ha riportato al centro del dibattito americano una domanda che da anni divide il mondo accademico e la politica statunitense. Quanto pesa davvero il denaro del Qatar sulle priorità scientifiche di una delle università più prestigiose degli Stati Uniti? L’interrogativo è tornato d’attualità dopo l’annuncio dei primi progetti finanziati attraverso il nuovo programma di collaborazione fra il campus principale di Washington e quello di Doha, inaugurato con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la cooperazione tra i due poli dell’ateneo. Fra gli otto progetti selezionati figura uno studio dedicato alle strategie per contrastare il populismo di destra in Europa, scelta che ha immediatamente acceso nuove polemiche.
Il programma prevede finanziamenti fino a 35 mila dollari per progetti annuali e fino a 50 mila per quelli biennali. L’iniziativa coinvolge docenti dei due campus, compreso il politologo Gabor Scheiring, che insegna nella sede qatariota di Georgetown. Dal punto di vista dell’università si tratta di un normale investimento nella collaborazione internazionale e nello sviluppo della ricerca interdisciplinare. Per numerosi osservatori, invece, la scelta dei temi affrontati riflette interessi che coincidono con le priorità geopolitiche di Doha.
Il contesto rende il dibattito particolarmente delicato. Il campus di Georgetown in Qatar opera dal 2005 all’interno della Education City, il grande polo universitario finanziato dalla Qatar Foundation. Secondo i dati sulle donazioni estere comunicati al dipartimento dell’Istruzione americano, Georgetown ha ricevuto dal Qatar oltre un miliardo di dollari negli ultimi vent’anni, una cifra che rende l’emirato il principale finanziatore straniero dell’università.
Da tempo centri di ricerca e organizzazioni impegnate nel contrasto dell’antisemitismo sostengono che questa mole di finanziamenti abbia contribuito a orientare il clima culturale dell’ateneo. L’ISGAP, che studia l’influenza dei finanziamenti esteri nelle università occidentali, parla di un impatto significativo sulle priorità accademiche, sulla selezione dei docenti e sulle attività pubbliche organizzate dall’università. Anche il Middle East Forum ha descritto Georgetown come una delle istituzioni americane maggiormente esposte all’influenza del Qatar, richiamando in particolare il ruolo del Center for Contemporary Arab Studies e del Prince Alwaleed Bin Talal Center for Muslim-Christian Understanding. Si tratta, va ricordato, di valutazioni avanzate da organismi esterni e contestate dall’università.
Le polemiche si sono ulteriormente intensificate negli ultimi mesi dopo la diffusione di documenti relativi alla Bridge Initiative, il progetto universitario dedicato allo studio dell’islamofobia. Il Louis D. Brandeis Center ha chiesto al dipartimento di Giustizia di verificare se Georgetown dovesse registrarsi come soggetto che opera per conto di un governo straniero, sostenendo che un contratto da 630 mila dollari con un organismo collegato al ministero degli Esteri del Qatar prevedesse consultazioni sulla scelta dei relatori e dei temi di alcuni convegni.
Georgetown respinge le accuse e afferma che il contratto tutela espressamente la piena autonomia accademica dei ricercatori, sostenendo che alcune critiche estrapolino singole clausole senza considerare il testo nella sua interezza.
Sul piano strettamente accademico, il progetto dedicato al populismo europeo rientra in un filone di ricerca ampiamente sviluppato nelle scienze politiche. Il nodo della discussione riguarda piuttosto il contesto nel quale nasce e le inevitabili domande sulla capacità delle grandi università di preservare la propria indipendenza quando una parte rilevante delle risorse economiche proviene da governi stranieri con interessi strategici ben definiti.
Il caso Georgetown supera così il singolo progetto finanziato e investe un tema destinato a restare al centro del confronto negli Stati Uniti. La questione riguarda la trasparenza dei finanziamenti, l’autonomia della ricerca e il confine fra cooperazione internazionale e influenza politica, in una fase storica nella quale le università sono diventate uno dei terreni più sensibili della competizione globale.