La Spagna di Sánchez, indicata da molti come un modello progressista da seguire, è la Spagna delle contraddizioni e delle disparità: è quella che invoca a gran voce la memoria e la giustizia per alcune vittime e ne tace per altre; è quella che negozia con gli indipendentisti che hanno seminato il terrore nella nazione ed è quella in cui alcune vittime vivono ancora nella paura e sono proprio loro a doversi nascondere.
Nel 2023, due anni dopo il trasferimento della gestione delle carceri al Governo autonomo basco, l’esecutivo di Pedro Sánchez ha completato l’avvicinamento e il rientro nei Paesi Baschi di tutti i detenuti dell’ETA (Euskadi Ta Askatasuna; Paese Basco e Libertà), l’organizzazione che ha compiuto 3.500 attentati in mezzo secolo di attività (864 vittime mortali, 2.632 feriti e 86 rapimenti). Ad oggi, il 44% di questi omicidi (oltre 300 casi) rimane senza una completa risoluzione giudiziaria, ma Pernando Barrena, condannato nel 2016 per appartenenza a organizzazione terroristica dopo aver ammesso in tribunale il proprio ruolo di leadership nella struttura politica dell’ETA, siede oggi come eurodeputato. Non ha mai rilasciato dichiarazioni esplicite di pentimento personale, ma si permette di affermare che «Israele è uno Stato con politiche assassine».
Questi sono i partner di Sánchez (e dell’Europa). Come la portavoce di EH Bildu al Congresso spagnolo, Mertxe Aizpurua, già condannata per apologia del terrorismo, che in merito alla Palestina sostiene che «le vittime civili non possono mai essere vittime in un conflitto di questo tipo, qualunque esso sia». Senza dimenticare l’attuale coordinatore generale di EH Bildu, Arnaldo Otegi, condannato per sequestro di persona e apologia del terrorismo, che definisce Netanyahu «criminale di guerra» ma che, in relazione all’ETA, reputa la richiesta esterna di usare la parola «condanna» come qualcosa di «assurdo», una sciocchezza, e che spiegò che «se per far uscire i 200 prigionieri bisogna votare il bilancio di Sánchez, allora votiamo».
I rapporti tra l’ETA e le fazioni terroristiche palestinesi non sono affatto una novità. Sono infatti documentati dalla storiografia specializzata, dai servizi di intelligence e dagli atti giudiziari in Spagna.
Durante gli anni Settanta e Ottanta, sotto la bandiera dell’«internazionalismo rivoluzionario», questi legami si tradussero in supporto logistico, asilo e, soprattutto, addestramento militare. I contatti principali dell’ETA si svilupparono con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), spesso con la mediazione di reti internazionali come quella guidata dal terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, alias Carlos lo Sciacallo, che forniva ai militanti baschi passaporti falsi, vie di fuga sicure nell’Europa dell’Est e canali per l’acquisto di armi.
L’OLP funzionava come una coalizione ombrello che riuniva quasi tutte le fazioni palestinesi, compreso il FPLP. Sebbene il suo leader storico, Yasser Arafat, cercasse di mantenere una linea diplomatica ufficiale per ottenere legittimità internazionale, le sue basi in Libano fungevano da rifugio operativo per gruppi armati provenienti da tutto il mondo. Alla fine degli anni Settanta, i sospetti dell’allora presidente del governo spagnolo Adolfo Suárez erano così fondati da spingerlo a chiedere spiegazioni dirette a Yasser Arafat, esigendo la fine dell’addestramento dei cittadini spagnoli. Nonostante le promesse di Arafat, la Valle della Bekaa, in Libano, rimase per anni un centro operativo nevralgico dove i militanti dell’ETA si addestravano fianco a fianco con i miliziani palestinesi, la Rote Armee Fraktion (RAF) tedesca e le Brigate Rosse italiane.
Fu invece il FPLP, fondato da George Habash, a costituire il legame più solido e documentato dell’organizzazione terroristica basca in Medio Oriente, diventando il principale istruttore dei commando dell’ETA. Diverse inchieste condotte da esperti di terrorismo, come Florencio Domínguez, illustrano nel dettaglio che, nel 1980, a seguito dell’intervento diretto dell’allora responsabile delle relazioni internazionali dell’ETA, Josu Ternera, una dozzina di militanti dell’ETA fu inviata nello Yemen del Sud, all’epoca uno Stato satellite dell’URSS. Per due mesi furono integrati in campi controllati o coordinati dal FPLP, dove ricevettero una formazione intensiva in tattiche di guerriglia, uso di esplosivi commerciali e militari e impiego di armi pesanti come mortai e fucili d’assalto automatici. Diversi membri dell’organizzazione basca addestrati in questi corsi fecero successivamente parte dei commando più sanguinari dell’organizzazione (Araba, Goierri e Donosti).
Oggi Josu Ternera, dopo aver concluso il suo percorso giudiziario in Francia con un’assoluzione per mancanza di prove, è in attesa di essere estradato in Spagna per rispondere davanti all’Audiencia Nacional degli attentati del passato in qualità di presunto ideatore o mandante dell’attentato con autobomba contro la caserma della Guardia Civil di Saragozza (1987), nel quale furono uccise 11 persone, tra cui cinque bambini, e per il suo ruolo di leadership nell’ETA dietro le quinte durante la sua latitanza, dal 2002 fino alla cattura nel 2019.
Ma non è tutto. Questa storica saldatura ideologica si riflette chiaramente anche nelle cronache più recenti. A maggio del 2026, tra i «pacifisti» a bordo della flottiglia Sumud diretta verso Gaza, viaggiava José Javier Oses, condannato in Francia a otto anni di reclusione per militanza nell’ETA. Al suo rientro all’aeroporto di Loiu ha spintonato un agente dell’Ertzaintza intervenuto insieme ad altri poliziotti della polizia basca. Il giorno seguente, a Bilbao, si è tenuta la consueta manifestazione: «Ertzaintza e Governo basco, complici di Israele. Abbasso il sionismo, liberate la Palestina». Lo stesso identico copione si era già visto nel 2025 con la Flottiglia Globale Sumud e l’accoglienza trionfale riservata a Itziar Moreno, un’altra ex militante dell’ETA condannata a 15 anni per aver ferito un gendarme francese.
Ed ecco il colmo: la sinistra spagnola, quella che si strappa le vesti per i diritti umani, non ha mai interrotto questo idillio, anzi, proprio il contrario. Samidoun, la rete che organizza queste flottiglie, nel 2021 si è recata in Libano per rendere omaggio proprio ai terroristi del FPLP che avevano addestrato l’ETA. Allo stesso modo, la Fondazione basca Mundubat, che sostiene Ibon Meñika, il responsabile della raccolta della tassa rivoluzionaria dell’organizzazione terroristica ETA che ha guidato i picchetti contro la squadra israeliana durante la Vuelta Ciclista di Spagna del 2025, ha ricevuto 8,6 milioni di euro dal governo di Pedro Sánchez.
Oltre agli aiuti statali, Mundubat ha ricevuto anche finanziamenti significativi da altre amministrazioni regionali e locali: dalla Diputación Foral di Bizkaia 1.329.998,45 euro, dalla Comunità Forale di Navarra 878.971 euro e dal Comune di Vitoria 461.927,25 euro, tra gli altri. Meñika, dopo aver scontato la pena, è riapparso nell’ambito internazionalista come portavoce della piattaforma Gernika-Palestina, un collettivo che utilizza il conflitto in Medio Oriente come spazio di mobilitazione e propaganda politica, ponendosi nuovamente al centro dell’azione politica radicale della sinistra.
La parabola della sinistra di governo spagnola si riassume in questo cortocircuito morale: l’indignazione perenne e selettiva nei confronti dello scenario internazionale funge da paravento per giustificare l’amnesia e la complicità all’interno delle proprie frontiere. Elevare a partner politici e finanziare con milioni di euro reti associative legate a chi ha insanguinato il Paese e che ancora oggi si rifiuta di pronunciare la parola «condanna» non è una strategia di progresso, ma un baratto etico in nome della pura sopravvivenza al potere.
Alla fine, il tanto sbandierato «modello Sánchez» si rivela per ciò che è: una facciata progressista che, mentre invoca la giustizia globale sui palcoscenici internazionali, tollera il silenzio sulle proprie vittime e permette ai fantasmi del terrorismo interno di dettare, ieri come oggi, l’agenda politica del Paese.