Home > Approfondimenti > The Lancet. Uno studio riapre il caso dei morti a Gaza

The Lancet. Uno studio riapre il caso dei morti a Gaza

Della Pergola e Zlochin contestano il metodo dell’indagine che ha stimato 75.200 vittime di morte violenta. «Il campione non è rappresentativo e l’estrapolazione nazionale non è affidabile»

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 5 min
The Lancet. Uno studio riapre il caso dei morti a Gaza

Uno dei numeri più citati negli ultimi mesi nel dibattito sulla guerra di Gaza potrebbe poggiare su basi statistiche molto più fragili di quanto si sia creduto. A sostenerlo non sono commentatori politici, ma due studiosi che hanno pubblicato uno articolo ben documentato su The Lancet Global Health: il demografo Sergio Della Pergola, professore emerito dell’Università Ebraica di Gerusalemme, tra i massimi esperti mondiali di demografia ebraica, e il ricercatore indipendente Mark Zlochin.

Il loro intervento prende di mira uno degli studi più discussi degli ultimi tempi, quello coordinato da Michael Spagat e collaboratori, apparso sulla stessa rivista scientifica, che aveva stimato in 75.200 i morti violenti del conflitto attraverso un’indagine campionaria condotta su 2.000 famiglie della Striscia di Gaza.

L’intera ricerca di Spagat si fondava su un presupposto essenziale: che il campione delle famiglie intervistate fosse rappresentativo dell’intera popolazione di Gaza. Se questa ipotesi viene meno, anche le stime nazionali perdono gran parte della loro affidabilità.È precisamente questo il nodo affrontato da Della Pergola e Zlochin.

Dopo aver rianalizzato in modo indipendente i microdati resi pubblici dagli stessi autori e il materiale supplementare dello studio, i due ricercatori sostengono di aver individuato «molteplici deviazioni dal protocollo dichiarato» e «consistenti anomalie a livello dei singoli intervistatori» che mettono seriamente in discussione la rappresentatività del campione.

L’analisi individua soprattutto due gruppi di rilevatori, denominati Gaza9 e Gaza3, che presentano risultati profondamente diversi rispetto agli altri.Il caso più evidente riguarda il team Gaza9. Pur avendo raccolto dati soltanto sull’8% dell’intero campione, questa squadra ha registrato 100 dei 393 decessi violenti censiti nell’indagine, cioè circa un quarto del totale. Anche la composizione demografica delle famiglie intervistate differisce sensibilmente da quella rilevata dagli altri gruppi: meno bambini e nuclei familiari mediamente più piccoli. Analoghe anomalie emergono anche per il team Gaza3.

Le figure pubblicate nell’articolo mostrano visivamente queste differenze: le squadre Gaza3 e Gaza9 registrano quote di bambini molto inferiori e dimensioni medie delle famiglie decisamente più basse rispetto al resto del campione.Secondo Della Pergola e Zlochin, il dato più significativo riguarda la sensibilità della stima finale.Gli stessi autori dello studio originale avevano già osservato che eliminando dal calcolo il solo team Gaza9 la stima dei morti violenti scendeva da 75.200 a 64.100.

Ma la nuova analisi compie un ulteriore passo. Escludendo anche il team Gaza3, il numero si riduce di altri 5.000 casi, arrivando a 59.200.In altre parole, la differenza complessiva è di circa 16.000 morti, oltre un quinto della stima originaria. Per Della Pergola e Zlochin una tale instabilità è incompatibile con un’indagine realmente rappresentativa dell’intera popolazione.

Un altro punto critico riguarda i controlli di qualità.Il protocollo dello studio prevedeva verifiche continue durante il lavoro sul campo: controllo degli intervistatori, individuazione di anomalie statistiche, confronto con i dati demografici ufficiali del Palestinian Central Bureau of Statistics.
Eppure, osservano i due studiosi, proprio le anomalie più evidenti non sono state intercettate durante la raccolta dei dati, ma soltanto successivamente, nell’analisi finale. Anche le marcate differenze demografiche tra Gaza3, Gaza9 e il resto del campione non risultano essere state segnalate. Secondo gli autori, questo indica che i meccanismi di controllo previsti dal protocollo «non hanno svolto nella pratica la funzione per la quale erano stati progettati».

La critica non si limita ai numeri.Dall’esame delle tracce GPS emerge che alcuni gruppi di rilevatori sembrano aver intervistato ripetutamente la stessa area, altri avrebbero oltrepassato i confini delle unità campionarie previste, mentre in diversi casi le interviste si sarebbero concentrate lungo poche strade principali, lasciando quasi del tutto inesplorate le vie laterali.

Anche ammettendo le enormi difficoltà operative di una guerra, Della Pergola e Zlochin osservano che queste modalità assomigliano più a un campionamento di convenienza che a un rigoroso campionamento probabilistico, compromettendo così la validità delle inferenze statistiche sull’intera popolazione.

Gli autori richiamano infine un’ulteriore incongruenza.Lo studio di Spagat stimava circa 9.580 abitanti di Gaza detenuti da Israele, con un intervallo di confidenza compreso tra 6.260 e 12.900 persone.Secondo i dati pubblicati dal Public Committee Against Torture in Israel, invece, nel gennaio 2025 i detenuti provenienti da Gaza erano 3.436: circa un terzo della stima centrale dello studio e addirittura al di sotto del limite inferiore dell’intervallo di confidenza calcolato dagli autori. Anche questa discrepanza, secondo Della Pergola e Zlochin, rafforza i dubbi sulla rappresentatività del campione.

È importante capire ciò che questo intervento afferma — e ciò che non afferma.Della Pergola e Zlochin non sostengono che il numero reale delle vittime sia noto né propongono una stima alternativa. La loro contestazione riguarda esclusivamente la solidità metodologica dello studio di Spagat.La conclusione è netta: poiché le stime nazionali dipendono dalla rappresentatività del campione e questa, a loro giudizio, risulta compromessa dalle anomalie riscontrate, le cifre pubblicate non dovrebbero essere considerate una misura affidabile delle morti legate al conflitto.

È una distinzione fondamentale. In una guerra combattuta anche sul terreno dei numeri, la qualità del metodo conta quanto i risultati. Ed è proprio sul metodo che Della Pergola e Zlochin hanno deciso di concentrare la loro critica.