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Eroi senza nome. La dottoressa che cura sotto il fuoco

La storia di una specialista richiamata dopo anni di esenzione che ha lasciato l’ospedale per seguire la Brigata Paracadutisti e la Brigata Givati nei principali teatri della guerra

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Eroi senza nome. La dottoressa che cura sotto il fuoco

Quando le hanno chiesto se fosse disponibile a tornare in servizio, pensava che l’avrebbero destinata a un ambulatorio nelle retrovie. Invece, pochi giorni dopo, stava entrando nella Striscia di Gaza insieme alla Brigata Paracadutisti. Da allora ha operato anche in Libano e in Siria, seguendo le unità impegnate nei diversi teatri del conflitto. È la storia del capitano della riserva, la dottoressa M., una delle tante professioniste israeliane che, dopo il 7 ottobre 2023, hanno lasciato la propria vita civile per tornare al fronte.

Medico senior in un importante ospedale del centro di Israele, madre di due figli che prestano anch’essi servizio nelle Forze di difesa israeliane, la dottoressa M. appartiene a quella generazione di professionisti che avrebbe potuto concludere da tempo il proprio impegno militare. Quando è scoppiata la guerra, però, ha deciso spontaneamente di rimettersi l’uniforme.

In un’intervista pubblicata da Yedioth Ahronoth, racconta di essere stata richiamata dopo molti anni grazie al Comando del Fronte Interno (Pikud HaOref), con il quale aveva già collaborato nelle esercitazioni dedicate alle emergenze nazionali. Quando i suoi superiori le hanno chiesto se fosse pronta a partire, la risposta è arrivata senza esitazioni.

Da quel momento la sua quotidianità è cambiata radicalmente. Dopo un primo periodo trascorso con la Brigata Paracadutisti è stata assegnata alla Brigata Givati, accompagnando i reparti durante le operazioni. Vive accanto ai soldati, dorme sul pavimento degli edifici utilizzati come basi temporanee e deve essere pronta a salire su un mezzo militare nel giro di pochi minuti ogni volta che arriva una chiamata per un ferito.

La fatica fisica è una costante. All’inizio, racconta, bastavano poche centinaia di metri di marcia con lo zaino sanitario per metterla in difficoltà. Oggi rifiuta quasi sempre l’aiuto dei soldati più giovani. Il motivo è semplice: teme che qualcuno possa esporsi inutilmente al pericolo nel tentativo di alleggerire il suo carico.

Fra i ricordi più intensi conserva quello di un giovane militare gravemente ferito in Libano, al quale sono state amputate entrambe le gambe dopo l’esplosione di un ordigno. La dottoressa M. lo ha assistito sotto il fuoco nemico, ma attribuisce il merito della sua sopravvivenza soprattutto ai commilitoni che, pochi giorni prima, avevano imparato durante un addestramento ad applicare correttamente un laccio emostatico. È una dimostrazione concreta di quanto la preparazione sanitaria sul campo possa fare la differenza nei primi minuti dopo una lesione.

L’attività di un medico militare, spiega, richiede un continuo adattamento. In pochi istanti bisogna passare dalla medicina d’urgenza praticata in ospedale ai protocolli della medicina tattica, scegliendo trattamenti che in un reparto sarebbero impensabili ma che sul campo rappresentano l’unica possibilità di salvare una vita. Accanto ai traumi provocati dai combattimenti esiste poi una medicina quotidiana fatta di infezioni, malori, disturbi improvvisi e piccoli incidenti che devono essere affrontati immediatamente senza interrompere l’operatività dell’unità.

La guerra, naturalmente, lascia anche un segno umano profondo. Sul telefono della dottoressa M. sono conservate le fotografie di colleghi caduti durante il conflitto, fra cui il capitano medico Uri Yosef Silvester, ufficiale sanitario del Battaglione Shaked della Brigata Givati, ucciso da un drone esplosivo durante un’operazione. Quelle immagini, racconta, le ricordano il prezzo pagato da chi presta servizio e la fragilità di ogni giornata trascorsa al fronte.

Dopo mesi di impiego operativo è rientrata per qualche giorno a casa, cercando di riabituarsi alla normalità. Confessa che il passaggio dalla guerra alla vita quotidiana richiede tempo. Anche il semplice ronzio di un attrezzo da lavoro può far riaffiorare per un istante l’istinto di cercare riparo, lo stesso maturato durante mesi trascorsi sotto la minaccia costante di droni e razzi. La pausa, però, durerà poco. Nei giorni scorsi ha già ricevuto una nuova richiesta di rientro in Libano. Ha risposto che sarebbe partita la settimana successiva. Per lei, la scelta fra il camice dell’ospedale e l’uniforme resta aperta. Ogni volta si domanda dove possa essere più utile. Finora, la risposta l’ha sempre riportata accanto ai soldati.