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Polonia. Jedwabne 85 anni dopo la memoria divide ancora

Le commemorazioni del pogrom del 1941 si svolgono fra il ricordo delle vittime, le proteste dei nazionalisti e il difficile confronto con una delle pagine più dolorose della storia polacca

Paolo Montesi

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Polonia. Jedwabne 85 anni dopo la memoria divide ancora

Ottantacinque anni dopo il massacro di Jedwabne, la Polonia continua a fare i conti con una delle pagine più controverse della propria storia. Mentre la comunità ebraica, rappresentanti delle istituzioni e numerosi cittadini hanno commemorato le centinaia di ebrei uccisi il 10 luglio 1941 dai loro vicini di casa, a poche decine di metri dal monumento dedicato alle vittime circa mille manifestanti dell’estrema destra hanno contestato la ricostruzione storica ormai consolidata, negando la responsabilità dei polacchi nel pogrom.

La forte presenza delle forze dell’ordine ha evitato incidenti, ma il contrasto tra le due manifestazioni ha restituito l’immagine di un Paese ancora profondamente diviso sul proprio passato. Da una parte il raccoglimento, la lettura dei nomi delle vittime e il Kaddish guidato dal rabbino capo di Polonia Michael Schudrich; dall’altra bandiere nazionali, slogan contro quella che i manifestanti definiscono la “menzogna di Jedwabne” e la richiesta di riaprire le esumazioni delle vittime.

Il massacro avvenne poche settimane dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Quel giorno circa trecento ebrei della cittadina, tra cui donne, anziani e bambini, furono rinchiusi in un fienile e arsi vivi. Altri vennero assassinati in circostanze diverse. Per decenni la responsabilità della strage fu attribuita esclusivamente agli occupanti tedeschi. Il quadro cambiò radicalmente all’inizio degli anni Duemila, quando lo storico polacco-americano Jan Tomasz Gross pubblicò il volume Neighbors, dimostrando il ruolo determinante svolto da abitanti polacchi del villaggio.

Le successive indagini dell’Istituto della memoria nazionale polacco confermarono nel 2003 che il massacro era stato compiuto da residenti di Jedwabne con il coinvolgimento e sotto l’occupazione delle autorità naziste. Quelle conclusioni provocarono uno shock nell’opinione pubblica e portarono l’allora presidente Aleksander Kwaśniewski a chiedere ufficialmente perdono alla comunità ebraica, riconoscendo la responsabilità morale di una parte della società polacca.

Quel gesto, tuttavia, non ha chiuso il dibattito. Una parte del mondo nazionalista continua a contestare gli esiti dell’inchiesta, sostenendo che le esumazioni, interrotte nel 2001 su richiesta delle autorità religiose ebraiche nel rispetto della legge ebraica, avrebbero dovuto essere completate. È proprio questo uno degli argomenti principali delle manifestazioni organizzate dall’estrema destra, fra cui il partito Confederazione della Corona Polacca guidato da Grzegorz Braun, già protagonista di numerosi episodi antisemiti, compreso quello che nel dicembre 2023 lo vide spegnere con un estintore una menorah accesa nel Parlamento di Varsavia durante una cerimonia di Chanukkah.

Alla commemorazione è intervenuto anche il primo ministro Donald Tusk, con un messaggio diffuso in occasione dell’anniversario. Pur non essendo presente a Jedwabne, il capo del governo ha affermato che una nazione matura deve assumersi la responsabilità sia delle pagine di cui andare fiera sia di quelle che rappresentano una vergogna, indicando proprio il massacro come una prova della coscienza civile del Paese.

Un richiamo condiviso dal rabbino capo Michael Schudrich, secondo il quale riconoscere la verità storica non significa attaccare l’identità nazionale, bensì renderla più solida. Per Schudrich, affrontare con onestà il passato costituisce la condizione indispensabile per costruire un futuro meno lacerato dalle divisioni.

La vicenda di Jedwabne continua infatti a occupare un posto centrale nel confronto sulla memoria della Shoah in Polonia. Il Paese fu teatro dello sterminio organizzato dalla Germania nazista, che vi costruì i principali campi di morte, e milioni di cittadini polacchi subirono a loro volta l’occupazione e il terrore. Allo stesso tempo, gli studi storici hanno documentato episodi nei quali gruppi di civili polacchi parteciparono direttamente all’uccisione di ebrei. Una realtà complessa che convive con un altro dato incontestabile: oltre settemila polacchi sono stati riconosciuti da Yad Vashem come Giusti tra le Nazioni, il numero più alto attribuito a un singolo Paese.

A ottantacinque anni da quel luglio del 1941, Jedwabne resta così molto più di un luogo della memoria. È il simbolo di una ferita ancora aperta, dove la ricerca della verità storica continua a scontrarsi con identità, politica e memoria nazionale.