Aveva prenotato un soggiorno a Napoli, la prenotazione era stata regolarmente confermata e mancava soltanto il check-in. A quel punto Simcha Goldstein, turista israeliano, ha scoperto che il suo passaporto era diventato una ragione sufficiente per impedirgli di entrare. «Puoi cancellare la prenotazione, non accetto cittadini di Paesi colpevoli di genocidio», gli ha scritto il gestore del NAPOLI MOOD Il Golfo Apartments attraverso il sistema di messaggistica di Booking.com.
Il rifiuto, dunque, non lasciava spazio a interpretazioni. Goldstein non era stato escluso per un comportamento, per un problema amministrativo o per il mancato rispetto delle condizioni della struttura. Il motivo dichiarato era la sua cittadinanza israeliana.
La vicenda, resa nota dalla stampa israeliana, ha provocato l’intervento di Shai Glick, direttore generale dell’organizzazione israeliana B’Tsalmo, che ha chiesto a Booking di rimuovere la struttura dalla piattaforma, sostenendo che il comportamento del gestore costituisse una grave discriminazione basata sulla nazionalità e violasse le stesse regole imposte dalla società alle strutture che utilizzano il servizio.
La risposta di Booking è arrivata, anche se con conseguenze assai più limitate di quelle richieste. La società ha ricordato che ogni struttura che entra nella piattaforma si impegna contrattualmente a evitare comportamenti discriminatori nei confronti degli ospiti. Nel caso napoletano, tuttavia, ha deciso di inviare un avvertimento al gestore, precisando che, qualora episodi analoghi dovessero ripetersi, potranno essere valutati ulteriori provvedimenti.
Per ora il NAPOLI MOOD Il Golfo Apartments continua infatti a essere presente su Booking. La struttura, in via Alcide De Gasperi, nel centro di Napoli, risulta normalmente consultabile e prenotabile sulla piattaforma.
È proprio questo l’aspetto che rende la vicenda particolarmente significativa. La discriminazione è stata espressa per iscritto, attraverso il sistema interno della società e facendo esplicito riferimento alla nazionalità del cliente. Eppure la sanzione adottata è stata un richiamo, con l’eventualità di misure più severe affidata a una futura recidiva.
Il caso Goldstein arriva inoltre in un clima italiano nel quale l’ostilità nei confronti degli israeliani ha già oltrepassato in diverse occasioni il terreno della contestazione politica. La scorsa estate aveva suscitato allarme la circolazione online di un modulo anonimo attraverso il quale si invitavano gli utenti a segnalare la presenza di israeliani ed ebrei in alberghi, appartamenti turistici e attività commerciali, con l’obiettivo dichiarato di costruire una «mappatura del turismo sionista». L’iniziativa era stata poi rimossa e aveva provocato dure reazioni nelle comunità ebraiche italiane.
Il movimento BDS Italia aveva preso le distanze da quella specifica operazione di mappatura, ribadendo tuttavia la propria campagna internazionale «No Room for Genocide», che prende di mira anche piattaforme di prenotazione come Booking e Airbnb per la presenza sui loro siti di strutture situate negli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Il confine che il caso di Napoli porta in primo piano è però molto più elementare. Una battaglia politica contro il governo di uno Stato può essere condotta con tutti gli strumenti consentiti in una società democratica. Quando la responsabilità attribuita a quello Stato viene trasferita automaticamente sul singolo cittadino che possiede il suo passaporto, si entra nel terreno della discriminazione personale.
Goldstein voleva trascorrere qualche giorno a Napoli. Per il gestore dell’alloggio era invece il rappresentante di un Paese da giudicare e punire. E la piattaforma che impone ai propri partner il divieto di discriminare ha deciso, almeno per la prima volta, che per una risposta simile bastasse un avvertimento.