Mahmood Mamdani torna alla guida dell’Institute of African Studies della Columbia University, uno dei più antichi centri accademici americani dedicati allo studio dell’Africa. Professore di Government e Antropologia nell’ateneo newyorkese, Mamdani aveva già diretto l’istituto in passato e la sua nomina assume oggi una visibilità particolare per due ragioni destinate inevitabilmente a intrecciarsi: è il padre del sindaco di New York Zohran Mamdani ed è uno degli studiosi che hanno applicato con maggiore decisione a Israele la categoria del colonialismo d’insediamento.
Nato a Bombay nel 1946 da una famiglia ugandese di origine indiana, Mahmood Mamdani possiede una carriera accademica che precede di decenni l’ascesa politica del figlio. Ha insegnato all’Università di Dar es Salaam, alla Makerere University in Uganda e all’Università di Città del Capo prima di approdare nel 1999 alla Columbia, dove occupa la cattedra Herbert Lehman Professor of Government. I suoi studi sul colonialismo, sulla formazione delle identità politiche, sulle guerre civili africane e sui rapporti fra maggioranze e minoranze gli hanno assicurato un posto di primo piano nel dibattito accademico internazionale.
È soprattutto il suo lavoro più recente ad averlo portato al centro delle polemiche su Israele. In Neither Settler nor Native, pubblicato da Harvard University Press, Mamdani inserisce il conflitto israelo-palestinese in una teoria più ampia dello Stato coloniale e delle identità politiche permanenti. Israele viene interpretato attraverso il paradigma del settler colonialism, lo stesso utilizzato dallo studioso per analizzare altre società nate da processi di insediamento coloniale.
Da questa impostazione deriva una delle sue tesi più controverse, quella della «de-Zionization». Per Mamdani il superamento del conflitto richiede una trasformazione radicale dello Stato israeliano e delle categorie politiche sulle quali è stato costruito, attraverso una cittadinanza comune che cancelli la distinzione politica fra «colono» e «nativo». Una prospettiva che, applicata concretamente a Israele, mette in discussione il carattere sionista dello Stato e quindi la sua definizione come Stato nazionale del popolo ebraico.
Le posizioni di Mamdani hanno assunto un rilievo ancora maggiore dopo il 7 ottobre 2023. Il professore fu tra i docenti della Columbia che sottoscrissero una lettera nella quale l’attacco di Hamas veniva collocato nel più ampio contesto storico del conflitto israelo-palestinese e dell’occupazione. Mamdani ha inoltre espresso sostegno al movimento BDS e in passato aveva partecipato a iniziative per chiedere alla Columbia di disinvestire dalle aziende coinvolte nella fornitura di armamenti a Israele.
Il suo ritorno alla direzione dell’Institute of African Studies avviene dunque in un momento particolarmente sensibile per la Columbia. L’università è stata uno degli epicentri delle proteste propalestinesi che dal 2023 hanno investito i campus americani, fino all’occupazione di Hamilton Hall e all’intervento della polizia nella primavera del 2024. Da allora l’ateneo è sottoposto a un confronto durissimo sulla libertà accademica, sull’antisemitismo e sui limiti dell’attivismo politico all’interno dell’università.
Proprio per questo sarebbe riduttivo leggere la nomina esclusivamente attraverso la parentela con Zohran Mamdani. Il nuovo sindaco di New York ha certamente moltiplicato l’attenzione intorno al padre, tuttavia Mahmood Mamdani rappresentava molto prima della carriera politica del figlio una corrente intellettuale ormai profondamente radicata in alcune università americane, nella quale Israele viene interpretato prevalentemente attraverso le categorie di colonialismo, decolonizzazione e rapporti fra popolazioni indigene e insediamenti coloniali.
La questione posta dalla sua nomina riguarda quindi soprattutto la Columbia e il clima culturale nel quale l’università continua a muoversi. Un ateneo che negli ultimi anni ha dovuto affrontare accuse pesantissime sulla propria gestione dell’antisemitismo affida nuovamente un importante istituto a uno studioso di grande prestigio accademico le cui idee su Israele sono radicali e dichiarate.
La libertà di ricerca comprende naturalmente anche tesi che suscitano opposizione e indignazione. Resta però un interrogativo politico e culturale difficile da eludere. Quando la «de-sionizzazione» entra stabilmente nel vocabolario di una delle più prestigiose università americane, il dibattito riguarda ormai qualcosa di più della critica alle politiche di un governo israeliano. Riguarda l’idea stessa che uno Stato ebraico debba continuare a esistere come tale.