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Da New York a Gerusalemme per essere ebree e lesbiche

Becca Stanford e Shira Dubin scelgono l’aliyah dopo essersi sentite sempre più escluse dagli ambienti LGBTQ+ americani per il loro legame con Israele

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Da New York a Gerusalemme per essere ebree e lesbiche
Foto da X

Becca Stanford e Shira Dubin hanno lasciato New York e scelto Gerusalemme come casa definitiva. Sono giovani, lesbiche, ebree e sioniste, e proprio la crescente difficoltà di tenere insieme queste identità negli ambienti LGBTQ+ americani ha pesato sulla loro decisione di fare aliyah. «A New York puoi stare negli spazi lesbici oppure essere sionista, per entrambe le cose insieme c’è sempre meno posto», racconta Stanford. Una frase che descrive un disagio diventato familiare a molti ebrei LGBTQ+ negli Stati Uniti dopo il 7 ottobre.

Le due donne si erano conosciute nel giugno 2023 durante un viaggio di Birthright Israel, Taglit in ebraico. Si sono innamorate, si sono sposate e nell’ultimo anno hanno vissuto a Gerusalemme come studentesse. Dopo essere tornate per due mesi negli Stati Uniti per sistemare gli ultimi dettagli del trasferimento, hanno preso il volo da JFK insieme ad altri nuovi immigrati nordamericani. La loro destinazione era già decisa. Hanno un appartamento a Gerusalemme, una rete di amici costruita durante l’anno di studi e perfino i loro due cani erano stati trasferiti in Israele prima della scelta definitiva.

La spinta verso Israele nasce però anche da ciò che hanno lasciato. Secondo Stanford, negli ultimi tre anni molti ambienti queer newyorkesi sono diventati sempre più ostili verso chi dichiara un rapporto positivo con Israele o si definisce sionista. Una frattura emersa anche durante il Pride di New York del giugno scorso, quando gruppi LGBTQ+ ebraici hanno raccontato esperienze molto diverse a seconda che esibissero semplicemente simboli ebraici oppure rivendicassero apertamente il proprio sionismo. Fischi, insulti e slogan contro Israele hanno accompagnato alcuni dei partecipanti.

Per Stanford il problema riguarda ormai la possibilità stessa di sentirsi integralmente parte di una comunità. Lei e Dubin pensano anche ai figli che vorrebbero avere. Desiderano crescerli in un ambiente nel quale possano sentirsi «felici ed ebrei» senza dover spiegare o giustificare continuamente il proprio legame con Israele. A Gerusalemme hanno trovato una comunità LGBTQ+ che Stanford descrive come in crescita e una dimensione ebraica che appartiene naturalmente alla vita quotidiana.

La scelta assume un significato particolare perché arriva mentre Israele continua a vivere una fase di forte tensione militare e politica. Le due donne ne hanno avuto esperienza diretta. Quando erano arrivate a Gerusalemme per l’anno di studi, si erano trovate nel Paese proprio all’inizio della guerra con l’Iran. Eppure, raccontano, dopo l’emergenza la quotidianità aveva ripreso il suo corso. È anche questa normalità, vissuta dentro una situazione tutt’altro che normale, ad averle convinte a restare.

Il loro volo fa parte di un movimento più ampio. Secondo Nefesh B’Nefesh, l’organizzazione che assiste l’immigrazione ebraica dal Nord America, oltre 1.100 nuovi immigrati sono arrivati in Israele dagli Stati Uniti e dal Canada nel solo mese di agosto. Tra giugno e settembre sono attesi più di 2.200 olim, appartenenti a circa 480 famiglie, con un’età media particolarmente bassa e centinaia di bambini già entrati nel sistema scolastico israeliano.

Sul medesimo volo viaggiavano famiglie con bambini, giovani diretti verso programmi di studio e formazione e persone che avevano progettato il trasferimento da anni. Storie molto diverse, unite dalla scelta di costruire il proprio futuro in Israele proprio durante uno dei periodi più difficili della sua storia recente.

Per Stanford e Dubin, però, l’aliyah contiene anche una risposta personale a una domanda diventata improvvisamente politica. Dove si può vivere senza dividere la propria identità in compartimenti accettabili per gli altri? La risposta che hanno trovato è Gerusalemme. E il paradosso resta difficile da ignorare. Due donne lesbiche lasciano una delle città simbolo del progressismo occidentale perché lì essere apertamente sioniste è diventato sempre più complicato, e scelgono Israele per poter essere, semplicemente, tutte le cose che sono.