L’uomo che sostiene di avere ricevuto da Yahya Sinwar uno degli avvertimenti più inquietanti precedenti al 7 ottobre ha adesso un nome e un volto. Sufian Abu Zaida, 66 anni, ex dirigente di Fatah ed ex ministro dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato pubblicamente di essere l’intermediario rimasto finora anonimo che, nel settembre 2023, raccolse dal capo di Hamas il messaggio secondo cui Israele doveva prepararsi a una «grande sorpresa». Sinwar usò una parola ancora più sinistra, «zilzal», terremoto.
La rivelazione aggiunge un elemento concreto alla controversia sulle informazioni disponibili nelle settimane che precedettero il massacro. Abu Zaida ha spiegato in un video pubblicato sui social di essere la persona indicata con uno pseudonimo nell’inchiesta dei giornalisti Shlomi Eldar e Ruti Yuval. Ha confermato di aver svolto in quel periodo un ruolo di intermediario nei contatti indiretti tra Israele e Hamas e di avere trasmesso un avvertimento ricevuto da Sinwar.
Il suo profilo spiega perché potesse trovarsi al centro di un canale tanto delicato. Nato nel campo profughi di Jabalia, Abu Zaida trascorse circa dodici anni nelle carceri israeliane per attività terroristica, per poi entrare nelle istituzioni palestinesi e occuparsi a lungo dei rapporti con Israele e della questione dei detenuti. Fu ministro per gli Affari dei prigionieri e successivamente per gli Affari civili. Parla correntemente ebraico ed è considerato vicino a Mohammed Dahlan, il grande rivale di Mahmoud Abbas espulso dalla leadership di Fatah.
Proprio questa rete di rapporti lo aveva reso un interlocutore insolito. Conosceva dirigenti israeliani, aveva contatti nel mondo di Hamas e durante i negoziati per la liberazione di Gilad Shalit aveva contribuito al lavoro sulle liste dei prigionieri palestinesi destinati allo scambio.
Secondo la ricostruzione di Eldar e Yuval, all’inizio di settembre 2023, mentre un canale negoziale tra Hamas e Israele si stava arenando, Sinwar convocò Abu Zaida. Il messaggio era minaccioso e sufficientemente preciso da allarmarlo. Il capo di Hamas parlò di una grande sorpresa se i negoziati non fossero avanzati e utilizzò il termine arabo «zilzal». In un successivo incontro avrebbe rincarato la dose, parlando di un’operazione eccezionale e chiedendo che le sue parole fossero riferite agli israeliani esattamente come erano state pronunciate.
Il 15 settembre, secondo la ricostruzione pubblicata dalla stampa israeliana, l’avvertimento arrivò anche allo Shin Bet. Il problema decisivo fu l’interpretazione. L’apparato di sicurezza avrebbe considerato possibile che Sinwar stesse progettando un’azione legata alla ricercatrice israeliana Elizabeth Tsurkov, allora prigioniera in Iraq, senza collegare quelle parole alla preparazione di un’invasione su vasta scala dalla Striscia.
Su quanto accadde successivamente si apre la parte più controversa della vicenda. L’inchiesta di Eldar e Yuval sostiene che il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, informato attraverso un proprio consigliere, avrebbe telefonato personalmente al primo ministro Benjamin Netanyahu per assicurarsi che l’avvertimento fosse arrivato al vertice israeliano. Netanyahu nega categoricamente che quella telefonata sia avvenuta e ha minacciato un’azione legale contro Haaretz. Abu Zaida, nella sua dichiarazione pubblica, non ha confermato questo passaggio.
È una distinzione essenziale. L’esistenza dell’intermediario che afferma di aver ricevuto il messaggio di Sinwar ha ora una conferma diretta da parte dello stesso Abu Zaida; la presunta comunicazione successiva tra il presidente emiratino e Netanyahu rimane oggetto di una dura contestazione politica e giornalistica.
La nuova testimonianza riporta comunque al centro una delle questioni ancora irrisolte del 7 ottobre. Nelle settimane precedenti al massacro Israele disponeva di diversi segnali che, considerati separatamente, furono interpretati secondo convinzioni già consolidate sulle intenzioni di Hamas. Ora sappiamo che fra quei segnali figurava anche un messaggio attribuito direttamente a Sinwar, con una parola difficile da dimenticare. «Terremoto». A tre anni di distanza, stabilire chi ricevette quell’avvertimento, come lo valutò e fino a quale livello della catena decisionale arrivò sarà inevitabilmente parte dell’accertamento delle responsabilità che Israele continua a chiedere.