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Nicole Ben-Dayan, minacce di morte per difendere Israele

La creator canadese aveva costruito una comunità di 800 mila follower. Dopo il 7 ottobre insulti, minacce e migliaia di abbandoni l’hanno riavvicinata alle sue radici ebraiche

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Nicole Ben-Dayan, minacce di morte per difendere Israel
Foto da Facebook

Settemila follower persi in ventiquattr’ore, insulti antisemiti, paragoni con Hitler e perfino minacce di morte. È stato questo il prezzo pagato da Nicole Ben-Dayan, influencer canadese seguita da circa 800 mila persone, quando il 7 ottobre 2023 ha deciso di parlare pubblicamente del massacro compiuto da Hamas e di esprimere solidarietà a Israele.

Fino a quel momento la politica aveva avuto poco spazio nella sua attività. Ben-Dayan, trent’anni, ebrea di Toronto, era diventata popolare sui social occupandosi soprattutto di salute femminile, alimentazione e benessere. Uno dei suoi video su TikTok, nel quale raccontava la propria esperienza con la pillola anticoncezionale, aveva raggiunto 10,5 milioni di visualizzazioni. Nel giro di pochi anni aveva costruito attorno a sé una vasta comunità internazionale, composta in gran parte da giovani donne.

Il 7 ottobre ha scoperto quanto rapidamente quella comunità potesse cambiare volto.
Ben-Dayan si trovava in Spagna quando cominciarono ad arrivare le prime immagini dell’assalto di Hamas. Vide le notizie sul festival Nova e cercò immediatamente di mettersi in contatto con il suo migliore amico, un dj israeliano. La risposta dell’amico fu terribile: quello che stava vedendo era soltanto una parte di ciò che stava accadendo.

La giovane canadese pubblicò un primo messaggio. La reazione fu immediata. Migliaia di persone smisero di seguirla e la sua casella dei messaggi venne sommersa di insulti. «Sionista sporca», le scrissero. Altri la paragonarono a Hitler o le dissero che gli israeliani avevano meritato ciò che era accaduto. Arrivarono anche minacce di morte.

A sconvolgerla fu soprattutto il momento in cui tutto questo avveniva. Il massacro era ancora in corso, le dimensioni dell’attacco erano appena diventate comprensibili, e già una parte delle persone che la seguivano aveva trasformato le vittime in colpevoli.
Ben-Dayan ha raccontato di essersi illusa, fino a quel momento, che l’antisemitismo appartenesse essenzialmente al passato. Sua nonna l’aveva ammonita più volte a tenere nascosta sotto i vestiti la collana con la Stella di David. Lei aveva sempre considerato quelle paure il retaggio di un’altra generazione. Il 7 ottobre quella certezza è crollata.

Anche alcune amicizie sono finite. Persone che conosceva da anni l’hanno bloccata, altre hanno semplicemente smesso di farsi vive. Per Ben-Dayan il silenzio di amici che sapevano delle minacce ricevute e conoscevano i suoi legami con Israele è stato quasi più doloroso degli insulti degli sconosciuti.

La conseguenza, tuttavia, è stata opposta a quella sperata da chi cercava di intimidirla. Ben-Dayan ha ricominciato a mostrare apertamente la Stella di David, si è avvicinata alla vita ebraica e ha cominciato a osservare lo Shabbat. Se veniva attaccata perché ebrea, ha spiegato, nascondere la propria identità avrebbe significato concedere qualcosa a chi la odiava.

Pochi mesi dopo il massacro è arrivata in Israele insieme alla sorella per fare volontariato. Doveva restare due settimane e si è fermata un mese. Ha lavorato nei campi e nelle serre di Kfar Hess, raccogliendo pompelmi e occupandosi di pomodori e fiori mentre il Paese era ancora immerso nella guerra. Da allora il rapporto con Israele è diventato sempre più stretto.

La sua visita più recente, la quinta in tre anni, è avvenuta nell’ambito di Masa Makers, un programma che porta in Israele creator provenienti da diversi Paesi. Per Ben-Dayan è stata un’altra occasione per raccontare ai suoi follower un Paese molto diverso dall’immagine che domina una parte dei social.

Ciò che l’ha colpita maggiormente, racconta, è la capacità degli israeliani di conservare il gusto della vita dentro una realtà segnata dalla guerra, dagli allarmi e dal trauma del 7 ottobre. Le persone continuano a incontrarsi, invitano a cena sconosciuti, celebrano lo Shabbat, bevono un caffè insieme, cercano una normalità possibile mentre intorno tutto resta precario.

È forse questo il punto più interessante della storia di Nicole Ben-Dayan. Il 7 ottobre avrebbe potuto indurla a nascondere la propria appartenenza e a proteggere una carriera costruita faticosamente sui social. È accaduto il contrario. Gli insulti le hanno fatto riscoprire ciò che credeva di poter tenere ai margini della propria vita. La Stella di David che sua nonna le consigliava di nascondere è tornata sopra la maglietta.