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⌥ L’umanitario e l’irrilevanza

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Ogni volta che Israele chiude una porta, loro cercano una finestra. Se viene impedita la traversata in mare, ecco la Turchia. Se il mare diventa difficile, si studiano le rotte terrestri. Se un porto è controllato, si cercano convogli commerciali. La Flotilla cambia itinerario con la rapidità di una startup che aggiorna la propria strategia. Solo una cosa resta identica: la necessità di arrivare allo scontro. Sarà pure un dettaglio, ma la dice lunga: chi vuole davvero portare aiuti umanitari sceglie il percorso più efficace, chi vuole costruire un caso politico sceglie quello più conflittuale.

La propaganda vive di immagini e non certo di risultati. Ha bisogno del soldato che blocca, del drone che sorvola, del fermo di polizia, del video da trasformare in indignazione globale. Se gli aiuti entrassero silenziosamente attraverso i canali già esistenti, verrebbe meno la materia prima del racconto.Così la geografia cambia ma l’obiettivo resta, e cioè: non raggiungere Gaza ma il titolo del giorno.

È il paradosso dell’attivismo spettacolare: quando il conflitto diminuisce, bisogna inseguirlo. Perché senza un posto di blocco da filmare, l’umanitario militante rischia la cosa che teme più di ogni altra, l’irrilevanza.


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