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⌥ L’arabo giusto

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Per una certa militanza occidentale esiste un solo arabo accettabile: quello che conferma tutto ciò che pensa su Israele. Se invece è un cittadino arabo israeliano, gioca in una squadra israeliana, parla ebraico, lavora con gli ebrei o, peggio ancora, rifiuta di trasformarsi in un simbolo politico, smette improvvisamente di esistere. O diventa un traditore.

È una curiosa forma di razzismo travestita da solidarietà. Non si riconosce alle persone il diritto di essere ciò che sono, ma solo quello di interpretare il ruolo assegnato. L’arabo deve fare l’arabo come lo immagina l’attivista europeo. Se esce dal copione, viene fischiato, insultato, cancellato.

La realtà, però, è testarda. In Israele vivono oltre due milioni di cittadini arabi. Fanno i medici, gli avvocati, i giudici, gli imprenditori, i parlamentari, gli sportivi. Insomma, esistono ed è proprio questo ciò che manda in crisi chi preferisce le caricature alla complessità.

Perché il problema, alla fine, non è l’arabo israeliano ma chi rompe una storia già scritta. E ci ricorda che il pregiudizio sa cambiare linguaggio, senza perdere il vizio di scegliere chi abbia il diritto di essere sé stesso.


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