Il pluralismo è diventato una parola che è come il ghiaccio in queste giornate estive. La metti sul balcone cinque minuti e si scioglie. Tutti la invocano, quasi nessuno la pratica. Finché dici quello che il tuo ambiente si aspetta da te, sei una voce libera. Se osi incrinare il copione, se introduci un dubbio, se ricordi un fatto scomodo, improvvisamente diventi un problema da isolare, da correggere, da mettere sotto osservazione.
Succede ormai ovunque: nelle università, nei giornali, nei festival, nelle redazioni. E il tema che fa scattare più facilmente il riflesso condizionato è quasi sempre Israele. Puoi discutere di tutto, purché il verdetto finale sia quello previsto. Il dissenso è ammesso, a condizione che non dissenta davvero.
Così il pluralismo si trasforma in una liturgia. Lo si celebra a parole e lo si restringe nei fatti. Si organizzano dibattiti dove tutti la pensano allo stesso modo, si invocano confronto e inclusione mentre si tracciano confini sempre più stretti su ciò che è considerato moralmente accettabile.
Il risultato è una libertà d’espressione con il bollino di conformità. Una libertà vigilata, dove la domanda decisiva non è più: «È vero?», ma: «È consentito dirlo?». E quando una società arriva a confondere il pluralismo con l’unanimità, il problema non è più chi viene escluso.
Bidoni della spazzatura
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