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⌥ L’aggettivo che condanna

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C’è un trucco che funziona sempre. Basta aggiungere un aggettivo. Non si parla più di un terreno, ma di un terreno palestinese. Non si dice più un edificio, ma edificio costruito su terra palestinese. E così il processo è già finito, perché il verdetto è nascosto dentro le parole.

La geografia diventa morale e le mappe diventano sentenze. Questioni giuridiche intricate, dispute storiche, accordi internazionali? Tutto sparisce mentre resta soltanto un’etichetta che distribuisce colpe e innocenze.

È un meccanismo che si ripete ogni giorno. Se Israele costruisce, “occupa”. Se si difende, “aggredisce”. Se esiste, “provoca”. E così le parole non servono più a descrivere la realtà ma a fabbricarla. E quando un aggettivo basta per trasformare un fatto (la costruzione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme) in un crimine, significa che il giornalismo ha ancora una volta rinunciato a raccontare il mondo e per l’ennesima volta ha cominciato a emettere sentenze.


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