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⌥ I funerali delle dittature

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Le dittature adorano i funerali e non soltanto perché celebrano un capo, ma perché celebrano se stesse. Il morto, in fondo, è quasi un dettaglio mentre il vero protagonista è il regime che si mette in scena, con le piazze gremite, le bandiere, i pugni alzati, i cori, le lacrime inquadrate al momento giusto. È il referendum perfetto: senza schede, senza opposizione e senza rischio di perdere.

Ogni volta ricomincia lo stesso equivoco. Qualcuno guarda quelle immagini e conclude che il popolo ama il suo dittatore come se bastasse una folla a raccontare un Paese. Come se in uno Stato che controlla autobus, uffici pubblici, televisioni, università, moschee e apparati di sicurezza si potesse distinguere con facilità chi è lì per convinzione, chi per paura, chi per convenienza e chi semplicemente perché non ha scelta.

La storia è vecchia. E’ successo con Stalin, con Mao, con Kim Il Sung, e ora con l’Iran. Cambiano le divise, cambiano gli slogan, cambia la lingua ma la regia resta identica.

Le democrazie si riconoscono quando la gente può permettersi di non andare. Le dittature, invece, hanno bisogno che tutti si vedano. Per questo investono tanto nelle parate, nelle commemorazioni, nei funerali. Non sono riti di lutto ma esercizi di potere. E noi continuiamo a cadere nella stessa trappola: scambiamo una scenografia per un consenso. È l’ultimo trucco dei regimi ma quel che è sorprendente è che continui a funzionare.


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