C’è qualcosa che l’attivismo contemporaneo ha capito benissimo: non serve convincere, basta diventare virali. Un uomo si lancia dalle guglie del Duomo con un paracadute dai colori della Palestina. Rischia la vita, viola un monumento, mobilita polizia e soccorsi. Il risultato? Un video perfetto per i social. Qualche milione di visualizzazioni vale più di qualsiasi argomento.
È la propaganda che ha imparato il linguaggio dell’algoritmo. Non cerca il confronto ma cerca la clip. Non costruisce consenso, preferisce produrre immagini. Ogni gesto deve essere spettacolare, fotografabile e condivisibile. La causa diventa un marchio e la protesta una performance.
E c’è un dettaglio che colpisce. Se quel paracadute avesse portato un’altra bandiera, tutti parlerebbero di irresponsabilità, di incoscienza, persino di criminalità. Con quella palestinese, invece, una parte dell’opinione pubblica sospende il giudizio, come se il simbolo assolvesse automaticamente il gesto.
È il fanatismo che si traveste da creatività. E ogni volta che riesce a occupare lo spazio pubblico con uno spettacolo sempre più estremo, la propaganda segna un altro punto. Non perché abbia ragione ma perché ha imparato che, nell’epoca dei social, l’immagine arriva sempre prima del pensiero.
Bidoni della spazzatura
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