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⌥ Flottiglia e miseria ai funerali del boia

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Sono anni che ci raccontano la favola della “flottiglia umanitaria” composta da attivisti disarmati (ma, giustamente, con il condom nel portafoglio), coscienze del mondo, difensori dei diritti umani. Poi alcuni di quei medesimi “eroi” sono comparsi ai funerali di Ali Khamenei e all’improvviso è calato il silenzio.

Perché i loro compagni di viaggio si trovano davanti a un problema enorme: come si fa a spiegare che chi si presenta come paladino della libertà rende omaggio a un regime che impicca dissidenti, perseguita donne, omosessuali, minoranze religiose e oppositori? Come si concilia la retorica dei diritti con il pellegrinaggio alla corte della teocrazia più repressiva del Medio Oriente?

La risposta, per ora, è l’imbarazzo. Nessuna presa di distanza. Nessuna indignazione. Nessuna scomunica. Gli stessi che passano le giornate a fare esami di purezza morale agli altri, improvvisamente scoprono il valore del silenzio.

È il vecchio riflesso del tifo ideologico. Se il nemico è Israele, allora anche il boia può diventare un compagno di strada. E così la flottiglia smette di essere un’operazione umanitaria e torna a essere quello che, probabilmente, è sempre stata: un’operazione politica, dove i diritti umani valgono a condizione che siano utili alla causa.


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