Una volta la politica estera era il luogo dove si misuravano gli interessi di un Paese. Oggi, per una parte della sinistra italiana, è diventata una seduta di autocoscienza. Non si parte più dai fatti ma dall’identità. Da quello che si è, o soprattutto da quello che si vuole apparire.
Israele è diventato lo specchio in cui ciascuno proietta la propria idea di purezza politica. C’è chi deve dimostrare di essere il più antimperialista, chi il più pacifista, chi il più anticolonialista. Il risultato è una frantumazione continua. Ogni crisi internazionale apre una nuova guerra civile dentro la sinistra, perché non esiste più una bussola comune. Esiste soltanto una gara permanente a occupare la posizione moralmente più elevata.
Così la politica estera smette di essere politica e diventa un test psicologico. Non serve capire il Medio Oriente ma a quale tribù appartieni. Ogni dichiarazione viene pesata in funzione della platea, dei social, della manifestazione del sabato, della corrente interna. Il mondo reale resta sullo sfondo.
È il destino di chi sostituisce l’analisi con l’appartenenza. Quando la reputazione vale più della realtà, la bussola impazzisce. E alla fine non indica più il Nord ma soltanto il pubblico da cui si spera di ricevere l’applauso. (E se poi la platea si svuota?)
Bidoni della spazzatura
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