L’Europa è sempre pronta a punire Israele. Dazi, sanzioni, embarghi, riconoscimenti simbolici, dichiarazioni indignate: quando c’è da dare una lezione allo Stato ebraico, la macchina europea si mette in moto con sorprendente rapidità.
Con altri regimi, però, il ritmo cambia. L’Iran impicca dissidenti e donne, finanzia il terrorismo e minaccia di cancellare uno Stato membro dell’ONU? La Cina perseguita gli uiguri? Il Qatar compra influenza a colpi di miliardi? La Turchia occupa territori altrui e riempie le carceri di oppositori?L’indignazione diventa prudenza, le sanzioni lasciano il posto al dialogo e il rigore si trasforma in realismo. Un susseguirsi di suvvia-che-sarà-mai, di ma-sarà-poi-vero?, di si-sa-che-i-soldi-muovono-il-mondo.
Il punto non è stabilire se Israele debba essere criticato. Ogni democrazia lo può e lo deve essere. Il fatto però è che la la severità perde ogni credibilità quando viene applicata soltanto ai bersagli più comodi. Il coraggio diplomatico si misura soprattutto davanti ai potenti e ai pericolosi.
Colpire chi continuerà comunque a parlarti non richiede particolare audacia. Richiede soltanto la certezza di non pagare alcun prezzo.
E l’Europa, da questo punto di vista, sembra aver trovato la sua politica estera ideale: inflessibile con i prevedibili, cauta con gli imprevedibili. È una forma di coraggio che non rischia mai niente.
Bidoni della spazzatura
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