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L’intelligence Usa smentisce il trionfalismo su Teheran

Secondo CNN l’Iran sta ricostruendo droni e capacità militari molto più rapidamente del previsto grazie anche all’aiuto di Russia e Cina

Paolo Montesi

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L’intelligence Usa smentisce il trionfalismo su Teheran

L’Iran starebbe ricostruendo le proprie capacità militari a una velocità molto superiore rispetto alle previsioni formulate dopo gli attacchi israeliani e americani degli ultimi mesi, tanto che parte del sistema dei droni d’attacco potrebbe tornare pienamente operativo entro sei mesi. La valutazione arriva dall’intelligence statunitense ed è stata rivelata dalla CNN, che cita diverse fonti informate sui rapporti riservati elaborati dagli apparati di sicurezza americani.

La notizia rischia di aprire una frattura politica e militare importante a Washington, perché le conclusioni dell’intelligence sembrano entrare in collisione con le dichiarazioni pubbliche diffuse nelle ultime settimane da esponenti dell’amministrazione americana e da fonti israeliane, secondo cui gli attacchi avrebbero devastato in modo duraturo l’industria bellica iraniana.

Secondo la CNN, le valutazioni più recenti indicano invece che Teheran ha superato molto rapidamente le tempistiche previste per il recupero delle proprie infrastrutture militari e della produzione di droni. Una delle fonti citate dall’emittente americana afferma che “gli iraniani hanno superato tutte le tempistiche previste dalla comunità dell’intelligence per il ripristino”.

Dietro questa accelerazione ci sarebbe anche il sostegno di Russia e Cina. Pechino, secondo il rapporto, avrebbe continuato a fornire componenti utili alla produzione missilistica iraniana nonostante le restrizioni e le pressioni americane. La questione era stata sollevata pubblicamente anche dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante un’intervista alla trasmissione americana “60 Minutes”, nella quale aveva accusato la Cina di aiutare Teheran nella ricostruzione della propria capacità missilistica. Accusa respinta ufficialmente da Pechino.

Il nodo più delicato riguarda però la distanza tra le conclusioni dell’intelligence e le dichiarazioni pubbliche di alcuni vertici militari americani. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, il Comando Centrale delle forze armate statunitensi, aveva dichiarato davanti alla Commissione Forze Armate del Congresso che l’operazione “Epic Fury” aveva distrutto il 90 per cento della base industriale della difesa iraniana, rendendo impossibile una ricostruzione nel giro di anni.

Secondo le fonti citate dalla CNN, però, quella valutazione sarebbe troppo ottimistica. I danni inflitti avrebbero rallentato il programma militare iraniano soltanto di alcuni mesi e non di anni, anche perché una parte significativa dell’apparato industriale e logistico del regime sarebbe rimasta intatta.

L’intelligence americana ritiene inoltre che Teheran conservi ancora migliaia di droni operativi e circa metà delle proprie capacità nel settore UAV. Una quota molto elevata dei missili da crociera destinati alla difesa costiera non sarebbe stata colpita durante gli attacchi occidentali. Si tratta di un elemento strategico decisivo perché quei sistemi permettono all’Iran di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici dell’economia mondiale e del trasporto energetico internazionale.

Anche in Israele cresce la convinzione che il confronto con la Repubblica islamica sia destinato a proseguire ancora a lungo. Yossi Yehoshua, analista militare di Ynet, riferisce che ambienti della sicurezza israeliana considerano inevitabile un futuro ritorno al confronto diretto con Teheran. “Finché questo regime resterà al potere, continuerà a ricostruire le proprie capacità”, ha dichiarato un alto funzionario israeliano citato dal quotidiano.

Per Israele il problema centrale resta infatti la natura stessa del regime iraniano. Anche dopo danni pesantissimi, sostengono fonti della difesa, la leadership della Repubblica islamica continuerà a investire risorse enormi nella ricostruzione militare, persino a costo di aggravare ulteriormente la crisi economica interna e le condizioni della popolazione civile.