Evyatar David è tornato a casa, ha riabbracciato la famiglia e ha ripreso il peso perduto durante oltre due anni di prigionia a Gaza. Dentro di lui, però, il tunnel è rimasto. A quasi un anno dal video in cui Hamas lo mostrò emaciato mentre scavava quella che gli era stata indicata come la sua futura tomba, il giovane israeliano ha raccontato per la prima volta la battaglia quotidiana contro il disturbo post-traumatico, i flashback e una memoria capace di trascinarlo nuovamente nella fame e nell’oscurità.
David, oggi venticinquenne, era stato rapito il 7 ottobre 2023 durante il massacro al festival musicale Nova insieme all’amico Guy Gilboa-Dalal. Entrambi sono stati liberati nell’ottobre 2025, dopo più di settecento giorni trascorsi nelle mani di Hamas. Da allora David ha parlato pochissimo in pubblico. Ha scelto di farlo durante il programma televisivo israeliano Uvda, dove ha ripercorso alcuni dei momenti più duri della prigionia e spiegato quanto sia difficile tornare a vivere quando il corpo è stato liberato e la mente continua a sentirsi in pericolo.
«Pensavo che, dopo tutto quello che avevo superato, nulla sarebbe stato più grande di me», ha scritto prima della trasmissione. Nei tunnel il suo unico obiettivo era arrivare al giorno successivo. Nei momenti in cui sentiva di cedere si aggrappava al pensiero dei genitori, degli amici e di quanti, fuori da Gaza, continuavano a lottare per la sua liberazione. Una volta rientrato in Israele, l’affetto ricevuto gli ha ricordato che nel mondo esiste ancora il bene. Poi sono arrivati i ricordi improvvisi, l’angoscia e la consapevolezza che sopravvivere alla prigionia e guarire dalle sue conseguenze sono due prove profondamente diverse.
L’immagine che ha consegnato Evyatar David all’opinione pubblica risale all’agosto 2025. Hamas diffuse un filmato nel quale appariva scheletrico, con una pala in mano, mentre scavava una fossa all’interno di un tunnel. Era stato privato del cibo per settimane e aveva ormai così poche energie che lui e gli altri ostaggi evitavano perfino di parlare, nel tentativo di consumare meno forze.
Durante l’intervista David ha ricordato il tragitto verso il luogo delle riprese. Bendato, passò accanto alla stanza dei suoi carcerieri e sentì l’odore del tè e dei dolci che stavano mangiando. Mentre loro masticavano, ha raccontato, uno scheletro camminava davanti a loro. Poco dopo gli mostrarono una buca già parzialmente scavata, gli consegnarono una pala e gli dissero che sarebbe stata la sua tomba.
Il lavoro era quasi impossibile per un corpo ridotto in quelle condizioni. David pensò che, qualora fosse davvero morto di fame, avrebbe potuto stendersi direttamente nella fossa. Hamas utilizzò quelle immagini come strumento di pressione psicologica, costringendolo a dichiarare davanti alla telecamera che il tempo stava per scadere e che soltanto un accordo avrebbe potuto salvarlo. Il video, autorizzato alla diffusione dalla famiglia il 2 agosto 2025, suscitò una vasta indignazione internazionale.
Oggi il suo aspetto è cambiato, ma il ragazzo denutrito che scavava con un cucchiaio o con una pala continua ad accompagnarlo. «Sono stato liberato dalla prigionia, però quello che ho vissuto è ancora con me», ha spiegato. Può trovarsi in un luogo sicuro, circondato dalle persone che ama, e ritrovarsi improvvisamente con la mente nei tunnel.
David ha deciso di rendere pubblica la propria condizione per chiedere sostegno al percorso di cura. Familiari e amici hanno avviato una raccolta di fondi che gli permetta di dedicarsi interamente alla riabilitazione. Ha chiarito di non cercare compassione. Vuole vincere anche questa battaglia, sposarsi, avere dei figli e recuperare una vita ordinaria, un desiderio che dopo ciò che ha attraversato possiede il peso di una conquista.
La sua testimonianza ricorda che la liberazione degli ostaggi rappresenta l’inizio di un percorso, anziché la sua conclusione. Le porte delle case possono riaprirsi, i corpi possono tornare a nutrirsi e le famiglie possono finalmente stringere chi credevano perduto. I tunnel, intanto, restano nella memoria. Uscirne davvero richiede tempo, cure e una società disposta a continuare a sostenere i sopravvissuti anche quando le telecamere si saranno allontanate.