Che certe iniziative di coloni israeliani in Cisgiordania siano irresponsabili è evidente. L’idea di gettare benzina sul fuoco in una situazione così tragica come quella mediorientale è delirante. Però la mobilitazione di alcuni Stati europei, più il Canada, su questo tema offre non pochi spunti di critica: innanzitutto perché, nel denunciare alcune provocazioni, non ricorda la questione strutturale della realtà palestinese, cioè il problema di come aiutare processi di autogoverno che non finiscano però – come negli ultimi decenni – per divenire incubatori di terrorismo.
Vi è poi una questione di proporzionalità dei pericoli: pur biasimando alcune frange dell’ebraismo ortodosso incapaci di agire razionalmente, il pericolo che queste rappresentano per gli equilibri internazionali non è comparabile con quello rappresentato dall’azione degli Houthi e delle milizie filoiraniane in Iraq, che stanno tentando di sabotare le risorse petrolifere saudite, minacciando il Canale di Suez e gli oleodotti.
Anche chi non è d’accordo con l’intervento americano-israeliano in Iran non può ignorare che nell’azione di questi gruppi jihadisti sostenuti da Teheran emerge con chiarezza l’esistenza di una trama eversiva globale, pronta a distruggere l’economia mondiale per far prevalere la propria fanatica causa.
Le ultime attività belliche nel Mar Rosso e contro l’Arabia Saudita stanno mettendo in evidenza, peraltro, la mancanza di leadership degli Stati Uniti di Donald Trump, che alternano iniziative unilaterali a immobilismo. Però l’insieme dell’Occidente democratico e le nazioni musulmane che rifiutano il jihadismo non possono permettersi di aspettare fino al 3 novembre, quando si terranno le elezioni di midterm negli Stati Uniti.
È evidente che sia le principali nazioni del Golfo sia l’economia europea, che così tanto dipende dal petrolio della Penisola arabica, hanno bisogno subito di un’iniziativa che blocchi il terrorismo islamista. Un’intesa tra Unione europea e Lega araba potrebbe rapidamente smontare la minaccia dei montanari yemeniti e dei seguaci delle Guardie rivoluzionarie a Baghdad. Potrebbe magari offrire anche un modello per risolvere la questione della smilitarizzazione di Hezbollah e di Hamas e per garantire un presidio della Cisgiordania in grado di reprimere tutti gli estremisti che agiscono in quell’area.
Si aiuterebbero così sia gli Stati Uniti sia Israele, impigliati nelle loro campagne elettorali, e anche una Turchia che da sola non può risolvere una situazione così aggrovigliata e che va comunque aiutata a non infilarsi in tentazioni terzaforziste che aggraverebbero equilibri regionali e globali già così complicati.
È utopistico sperare in una svolta in questo senso della politica estera del vecchio Continente? La storia insegna che l’Europa del secondo dopoguerra, ogni volta che si è trovata in gravi difficoltà, è stata in grado di rilanciarsi proprio disegnando un suo ruolo in campo internazionale, dimostrando così, ancora una volta, che sono le scelte politiche, più di quelle tecniche, a poter ridare senso e identità al processo d’integrazione comunitaria.