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Israele ed Europa verso lo scontro

Le sanzioni sugli insediamenti segnano una nuova escalation. Londra rischia di rafforzare Netanyahu, mentre il governo israeliano continua a ignorare il disastro diplomatico che si prepara

Daniel Bettini

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Israele ed Europa verso lo scontro
Iimmagine generata con AI

Stiamo assistendo a un evento che si potrebbe paragonare allo scontro tra due treni lanciati ad alta velocità. E nessuno sta cercando di impedire che questi treni deraglino. La decisione della Gran Bretagna, insieme ad altri undici Paesi occidentali, di imporre significative sanzioni economiche sugli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania rappresenta il culmine di un’escalation diplomatica iniziata ormai molti mesi fa tra Israele e i Paesi europei, e non soltanto con loro. Bisogna comprendere che questa fase delle sanzioni, decisa questa settimana, è soltanto la punta dell’iceberg. Sui tavoli dei governi dei Paesi dell’Unione Europea ci sono proposte molto più severe, che potrebbero colpire duramente l’economia israeliana, il mondo della cultura, quello della ricerca scientifica e molto altro ancora.

Questo scenario è probabilmente dietro l’angolo. E non sembra che si stia facendo alcuno sforzo, né in Europa né certamente in Israele, per cercare di porre un freno e impedire un ulteriore e grave deterioramento dei rapporti tra Israele e la comunità internazionale.
Le sanzioni possono essere analizzate da due punti di vista, quello europeo e quello israeliano.

Non si può dire che la decisione della Gran Bretagna di annunciare nei giorni scorsi sanzioni contro gli insediamenti e contro determinate personalità sia stata una sorpresa, nonostante lo stupore e l’indignazione manifestati in Israele.
Era prevedibile che sarebbe accaduto. Gli avvertimenti erano stati formulati ripetutamente, durante incontri a porte chiuse, nei colloqui tra ministri e nelle interviste rilasciate ai media. Diplomatici europei di alto livello hanno discusso a lungo su quale fosse il momento giusto nel quale si sarebbe potuto e dovuto annunciare le sanzioni.

La criminalità di matrice nazionalista ebraica deve essere definita per quello che è: terrorismo ebraico. Gli atti vergognosi compiuti negli ultimi mesi da questi facinorosi nei territori della Giudea e Samaria rappresentano una macchia enorme sulla moralità israeliana ed ebraica e provocano un danno d’immagine di grandi proporzioni all’intero Stato di Israele. D’altronde, sotto il governo più a destra che Israele abbia mai avuto, il progetto degli insediamenti si è ampliato in misura senza precedenti.

In Europa, dove tutti gli insediamenti sono considerati illegittimi e illegali, per molto tempo si è osservato ciò che accadeva senza intervenire. Alla fine, però, i governi europei hanno ritenuto di non poter più restare a guardare e hanno deciso di agire attraverso le sanzioni. Si può sostenere ideologicamente il diritto degli ebrei a vivere oltre la Linea Verde; se ne può discutere e ci si può opporre. È una controversia storica complessa, ma, ai miei occhi, pienamente legittima se osservata da una prospettiva israeliana ed ebraica.

Ciò che in questo momento ha fatto chiaramente pendere la bilancia a favore dell’introduzione delle sanzioni sono state, senza alcun dubbio, le immagini che arrivano quotidianamente sugli schermi televisivi mostrando la grave violenza dei facinorosi ebrei contro la popolazione palestinese.È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Anche l’annuncio di una gara d’appalto per la costruzione nell’area E1, che secondo l’Unione Europea rappresenta un ostacolo drammatico alla futura possibilità di creare uno Stato palestinese, ha contribuito ad accelerare il processo che ha portato alle sanzioni.

Molti governi europei – e so che questo vale anche per quello britannico – hanno esitato sull’opportunità di imporre le sanzioni proprio adesso. Non pochi esponenti di alto livello, sia in Israele sia in Europa, avevano avvertito – e continuano oggi a esserne convinti – che imporre le sanzioni in questo momento potrebbe finire per fare esattamente il gioco del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministro responsabile degli insediamenti in Giudea e Samaria, Bezalel Smotrich.

Per Netanyahu, infatti, una dura iniziativa diplomatica contro Israele potrebbe diventare carburante per la sua campagna elettorale e per quella del suo governo, compreso il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. Potrebbe rafforzare il sostegno della propria base elettorale e consentire di presentare il leader israeliano come colui che combatte contro l’ostilità internazionale nei confronti di Israele e come l’unico capace di resistere alle pressioni internazionali. A circa cinquanta giorni dalle elezioni, queste sanzioni potrebbero quindi paradossalmente rappresentare un premio proprio per l’uomo che in Europa molti non vorrebbero vedere ancora alla guida del governo israeliano.

È possibile che a Londra abbiano commesso un grave errore di valutazione. È altrettanto possibile che ciò che ha spinto il governo britannico ad agire adesso, trascinando con sé numerosi altri Paesi, siano in realtà considerazioni di politica interna: la pressione dell’opinione pubblica, il desiderio di soddisfare la propria base filopalestinese e anti-israeliana e, soprattutto, la volontà di sfruttare il vuoto e la crisi nei rapporti tra i Paesi europei e l’America di Donald Trump per “dimostrare” autonomia e potere europeo, agendo proprio adesso contro Israele senza temere una reazione americana.

Ancora più preoccupanti delle sanzioni stesse sono le parole scelte, per esempio, dal ministro degli Esteri britannico, l’ebreo Ed Miliband, per spiegare la decisione. Ha ripetuto più volte che l’iniziativa non intende colpire i cittadini israeliani, ma costituisce una risposta alle azioni del governo israeliano. Anche qui emerge una profonda incomprensione di come questo tipo di intervento internazionale venga percepito in Israele.

Quando a Londra si parla di «terrorismo ebraico sostenuto dal governo», la maggior parte degli israeliani è convinta che gli europei non facciano distinzione tra i coloni estremisti e il normale cittadino di Israele.

In Europa non si è ancora compresa la società israeliana, né il profondo trauma che porta con sé dopo il 7 ottobre, con le ferite ancora aperte e il cambiamento radicale attraversato da gran parte degli israeliani da quel giorno.

Il tentativo tecnico e distaccato dei Paesi europei di distinguere gli israeliani da “Israele” semplicemente non coglie il punto essenziale: il legame profondo che gli israeliani, ovunque si trovino, sentono con la propria patria, con il proprio popolo e con il proprio Stato.E questo non ha nulla a che vedere con l’essere di sinistra o di destra. Qui tutti hanno la sensazione di essere colpiti direttamente.

A Londra hanno insistito sul fatto che le sanzioni non dovrebbero alimentare l’antisemitismo. Ma è esattamente ciò che accadrà, oltre alla terribile ondata di odio che già attraversa l’Europa, dove il confine tra critica a Israele e puro odio nei confronti di qualsiasi israeliano o ebreo, in quanto tale, si è ormai da tempo offuscato fino quasi a scomparire.

Gli ebrei di Londra, Parigi e di altre città hanno ragione ad avere paura. Dall’altra parte, però, una grande responsabilità ricade anche sul governo israeliano. Da molti mesi l’intero apparato della sicurezza, insieme a commentatori, esperti e a qualunque ebreo dotato di un sano senso morale, avverte che ciò che sta accadendo sulle colline della Giudea e Samaria non sarebbe passato sotto silenzio e avrebbe finito per danneggiare innanzitutto Israele stesso.

Il fatto che molti membri del governo abbiano chiuso un occhio, l’impotenza della polizia e dell’esercito e il sostegno politico di cui godono alcuni di questi facinorosi hanno creato la tempesta perfetta. Ed è particolarmente doloroso perché la stragrande maggioranza degli abitanti israeliani della Giudea e Samaria è composta da persone rispettose della legge, israeliani patriottici che hanno pagato un prezzo di sangue enorme durante i tre anni di guerra, che lavorano e contribuiscono moltissimo al Paese, indipendentemente da qualsiasi legittima controversia ideologica sugli insediamenti.

Israele, a livello ufficiale, ha ignorato ancora una volta tutti gli avvertimenti e non ha compreso come questi fatti vengano percepiti nel resto del mondo e quanto grave sia il danno che provocano al Paese.

C’è stato un tempo in cui lo Stato di Israele aveva anche una politica estera. C’erano ministri degli Esteri forti, dotati di grandi capacità relazionali, carisma e notevoli qualità diplomatiche, capaci di guidare Israele attraverso la complessa mappa delle relazioni internazionali. I ministri degli Esteri sono il volto di Israele.

Oggi, invece, Israele viene gestito in questo campo in maniera infantile e isterica, attraverso reazioni sproporzionate, dichiarazioni superficiali ed estremiste e, soprattutto, una valanga di post su X destinati ancora una volta principalmente a soddisfare la base elettorale interna in vista delle elezioni, anziché tutelare il fondamentale interesse diplomatico di Israele in un momento che è giàdi per sé estremamente complesso.