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Peres e Hussein, il verbale segreto della pace

Dopo oltre trent’anni emergono i documenti dell’incontro clandestino del 1993 che preparò il trattato tra Israele e Giordania

Shira Navon

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Peres e Hussein, il verbale segreto della pace
Iimmagine generata con AI

Un incontro clandestino ad Amman, un ministro degli Esteri israeliano che deve entrare in Giordania senza essere riconosciuto e un re convinto di avere poco tempo davanti a sé per cambiare la storia del Medio Oriente. A oltre trent’anni da quella notte del novembre 1993, l’archivio del Centro Peres per la pace e l’innovazione ha reso pubblici alcuni passaggi del verbale dell’incontro tra Shimon Peres e re Hussein di Giordania, uno dei momenti decisivi del percorso che avrebbe condotto, meno di un anno dopo, al trattato di pace tra i due Paesi.

I documenti vengono diffusi in occasione del decimo anniversario della morte di Peres e restituiscono soprattutto il clima di un colloquio nel quale entrambi gli interlocutori erano consapevoli di trovarsi davanti a un’occasione difficilmente ripetibile. Il 26 ottobre 1993 la corte giordana aveva fatto sapere che Hussein desiderava incontrare il ministro degli Esteri israeliano, che considerava un interlocutore capace di soluzioni creative. Circa una settimana più tardi Peres raggiunse segretamente il palazzo reale di Amman, con precauzioni destinate a impedirne l’identificazione. Secondo ulteriori particolari emersi insieme ai documenti, viaggiò camuffato con baffi e capelli finti.

Il rapporto clandestino tra Israele e la monarchia hashemita aveva radici molto più lontane. Peres e Hussein si erano già incontrati segretamente a Londra nell’aprile 1987, raggiungendo un’intesa che prevedeva una conferenza internazionale sul conflitto arabo-israeliano e successivi negoziati bilaterali. Quel tentativo si arenò per l’opposizione del primo ministro Yitzhak Shamir. Sei anni dopo, però, il quadro regionale era profondamente mutato. La conferenza di Madrid aveva aperto una nuova fase diplomatica e il 13 settembre 1993 Israele e OLP avevano firmato a Washington la Dichiarazione di principi degli accordi di Oslo. Per Hussein si apriva uno spazio politico che il sovrano giordano era deciso a sfruttare.

Il verbale oggi reso pubblico mostra quanto fosse forte la sensazione di urgenza. Hussein assicurò a Peres che la collaborazione tra loro era ancora salda e si disse disponibile a esaminare proposte innovative. Peres gli illustrò una visione che andava oltre la sicurezza e i confini, immaginando una rete regionale di infrastrutture, porti, collegamenti aerei, strade e cooperazione economica.

Dietro i progetti per il futuro affiorava però un pensiero molto personale. Hussein, salito al trono giovanissimo dopo l’assassinio del nonno Abdullah I nel 1951, parlò del tempo che gli restava e del dovere della propria generazione di compiere scelte difficili prima di scomparire. Disse di voler lasciare al fratello Hassan e al Paese «il meglio possibile» e aggiunse di ritenere che gli potessero restare soltanto uno o due anni. Era pronto, assicurò, a mettere tutto sul piatto per arrivare alla pace.

Il sovrano sarebbe vissuto in realtà fino al febbraio 1999, ma quelle parole aiutano a comprendere la pressione che avvertiva. La storia, disse a Peres con un’immagine che compare nel verbale, somigliava a un cavallo al galoppo sul quale bisognava salire prima che continuasse la corsa senza di loro.

Peres rispose sottolineando il sostegno che, a suo giudizio, un accordo avrebbe incontrato nell’opinione pubblica israeliana e spiegò di agire in piena sintonia con il primo ministro Yitzhak Rabin. Propose quindi di preparare un documento informale che raccogliesse i punti discussi e le intese raggiunte, così da sottoporlo a Rabin. Quella stessa notte Peres e Hussein apposero le proprie iniziali sul documento.

La pace avrebbe richiesto ancora mesi di negoziati e il coinvolgimento diretto di Rabin, Hussein e dell’amministrazione americana di Bill Clinton. Il 25 luglio 1994 il premier israeliano e il re giordano firmarono a Washington una dichiarazione che poneva formalmente fine allo stato di belligeranza. Il 26 ottobre, nel deserto dell’Arava, Israele e Giordania sottoscrissero infine il trattato di pace.

I verbali pubblicati oggi aggiungono così un tassello alla storia di un rapporto che per decenni era cresciuto lontano dalle telecamere e dalle dichiarazioni ufficiali. Mostrano soprattutto quanto il trattato del 1994 fosse maturato attraverso una diplomazia personale e riservata, costruita nel tempo e affidata anche alla fiducia tra uomini che provenivano da mondi politicamente lontanissimi.

A trentadue anni dalla firma, mentre i rapporti tra Israele e Giordania attraversano una delle fasi più difficili della loro storia recente, quelle pagine assumono inevitabilmente anche un significato contemporaneo. Il trattato ha superato guerre, crisi diplomatiche e profonde divergenze sulla questione palestinese. La conversazione tra Peres e Hussein ricorda quanto fosse fragile il terreno sul quale venne costruito e quanta determinazione politica fu necessaria, allora, per trasformare rapporti clandestini fra due nemici in una pace che, pur tra tensioni sempre più profonde, continua a reggere.