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Gaza, l’impiegato dell’agenzia belga membro di Hamas?

Abdallah Nabhan lavorava per l’agenzia pubblica Enabel e fu ucciso a Rafah nel 2024. Nuovo materiale lo collega alla brigata di Khan Yunis

Paolo Montesi

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Gaza, l’impiegato dell’agenzia belga membro di Hamas?
Foto da Facebook

Quando Abdallah Nabhan morì in un attacco israeliano a Rafah nell’aprile 2024, il Belgio reagì con indignazione. Era un dipendente di Enabel, l’agenzia pubblica belga per la cooperazione internazionale, e Bruxelles presentò la sua morte come quella di un operatore civile impegnato in un progetto europeo nella Striscia di Gaza. A oltre due anni di distanza, nuovo materiale proveniente da ambienti di Hamas apre però un interrogativo inquietante sulla sua identità. Nabhan appare infatti indicato come mujahid e associato alla brigata di Khan Yunis dell’organizzazione terroristica palestinese.

A riportare alla luce la documentazione è stato Gabriel Epstein, Senior Policy Associate dell’Israel Policy Forum, che il 4 settembre ha pubblicato i risultati della sua ricerca. Tra i materiali individuati compare un necrologio diffuso dal canale Hikaya Khan Younis nel quale Nabhan viene definito mujahid e raffigurato in quella che appare essere un’uniforme militare. Sulla base di questi elementi Epstein sostiene che l’uomo «sembra essere stato un membro della brigata di Khan Yunis di Hamas». Allo stato attuale, il materiale emerso costituisce un serio elemento documentale, sebbene non risulti ancora accompagnato da una conferma ufficiale indipendente dell’appartenenza di Nabhan all’organizzazione.

Il particolare assume un peso rilevante alla luce delle polemiche scoppiate dopo la sua morte. Nabhan lavorava per Enabel dall’aprile 2020 come Business Development Officer nell’ambito di un programma europeo destinato a sostenere le piccole imprese di Gaza e a favorire l’occupazione. L’agenzia, società di diritto pubblico interamente controllata dallo Stato belga, lo descrisse come un collega «molto impegnato e apprezzato».

Nabhan morì insieme al figlio Jamal, di sette anni, al padre, al fratello e a una nipote durante un bombardamento israeliano nella parte orientale di Rafah. La casa colpita ospitava circa 25 persone. Le autorità belghe reagirono accusando Israele di aver colpito civili innocenti. La ministra della Cooperazione allo sviluppo Caroline Gennez parlò di una violazione del diritto internazionale e umanitario, mentre l’ambasciatrice israeliana in Belgio, Idit Rosenzweig-Abu, venne convocata per fornire spiegazioni.

Israele sostenne allora che l’edificio apparteneva a un importante esponente di Hamas legato alla famiglia allargata di Nabhan e che quest’ultimo costituiva l’obiettivo dell’operazione. Enabel mantenne la propria posizione e ricordò che il dipendente figurava, insieme agli altri membri del personale dell’agenzia a Gaza, in un elenco di persone autorizzate a lasciare la Striscia trasmesso mesi prima alle autorità israeliane. Il rapporto annuale 2023-2024 di Enabel venne successivamente dedicato alla memoria di Nabhan e del figlio.

Le informazioni emerse oggi cambiano inevitabilmente il quadro nel quale quella vicenda era stata presentata. Se l’appartenenza di Nabhan ad Hamas fosse definitivamente confermata, un dipendente di un’agenzia statale europea impegnato in un programma finanziato con denaro pubblico avrebbe svolto contemporaneamente un ruolo all’interno dell’organizzazione terroristica che governa Gaza.

La questione supera quindi il singolo caso. Enabel gestisce programmi internazionali per centinaia di milioni di euro e opera in aree nelle quali la selezione del personale locale è inevitabilmente complessa. Proprio per questo il caso Nabhan solleva domande sui sistemi utilizzati dalle organizzazioni occidentali per controllare collaboratori e dipendenti nei territori dominati da gruppi armati.

Resta ora da capire quale risposta arriverà dal Belgio e dalla stessa Enabel davanti al materiale emerso. Nel 2024 Bruxelles aveva trasformato la morte del proprio dipendente in un duro caso diplomatico con Israele. Due anni dopo, quelle immagini e quei documenti impongono almeno una verifica approfondita. Perché se Nabhan lavorava davvero per Hamas mentre veniva pagato all’interno di un programma europeo, la domanda riguarda anche chi avrebbe dovuto accorgersene.