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Hezbollah, che cosa resta della Forza Radwan

Israele ha colpito comando, tunnel e basi dell’unità d’élite, che ha perso gran parte della capacità di assaltare la Galilea ma resta una minaccia nel Libano meridionale

Shira Navon

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Hezbollah, che cosa resta della Forza Radwan
Iimmagine generata con AI

La Forza Radwan era stata costruita da Hezbollah per portare la guerra dentro Israele, attraversare il confine con centinaia di uomini, occupare per alcune ore località e postazioni militari della Galilea e trasformare l’incursione in un colpo strategico e psicologico. Nell’estate del 2026 quel progetto appare profondamente compromesso. L’unità d’élite dell’organizzazione sciita esiste ancora, dispone di uomini addestrati e conserva infrastrutture nel Libano meridionale; tuttavia, la capacità di realizzare l’operazione per la quale era stata preparata per quasi vent’anni è stata drasticamente ridotta.

Il cambiamento è cominciato molto prima delle attuali operazioni terrestri. Nel settembre 2024 Israele eliminò a Beirut Ibrahim Aqil, responsabile delle operazioni militari di Hezbollah e figura centrale nella preparazione del piano di invasione della Galilea. Nel medesimo attacco morirono numerosi comandanti della Radwan, compresi responsabili territoriali e ufficiali incaricati della pianificazione delle infiltrazioni oltre confine. La perdita simultanea di una parte così consistente della catena di comando ha costretto Hezbollah a sostituire quadri con anni di esperienza con uomini più giovani e meno preparati a dirigere operazioni complesse.

La pressione israeliana è proseguita anche nel 2026. A giugno l’IDF ha annunciato l’uccisione di oltre dieci comandanti sul campo impegnati nella gestione dei combattimenti nel sud del Libano, mentre il 15 agosto un attacco nei pressi di Tiro ha ucciso un comandante di battaglione della Radwan. Parallelamente le forze israeliane hanno continuato a individuare e demolire tunnel, depositi e postazioni contenenti razzi, missili anticarro e armi leggere.

È proprio il sottosuolo a mostrare quanto sarebbe prematuro considerare la Radwan neutralizzata. Nell’area della dorsale di Ali Taher, vicino a Nabatiyeh, l’esercito israeliano ritiene che rimangano strutture sotterranee estese e uomini di Hezbollah. Nei mesi scorsi si sono verificati scontri con combattenti usciti dai tunnel; a luglio un membro della Radwan è stato catturato dalle truppe israeliane nell’area di Bint Jbeil. Sono episodi che descrivono una forza costretta ad agire in condnzioni molto diverse rispetto al passato, ma ancora capace di sfruttare il territorio e le infrastrutture preparate negli anni.

La differenza decisiva riguarda l’iniziativa. Prima del 7 ottobre Hezbollah aveva concentrato uomini della Radwan vicino alla frontiera e costruito una dottrina basata su infiltrazioni simultanee in diversi punti, con combattenti destinati a penetrare nelle comunità israeliane e nelle basi dell’IDF. Oggi quella fascia di territorio è sottoposta a una sorveglianza militare israeliana molto più intensa, mentre una parte delle infrastrutture avanzate è stata distrutta e la libertà di movimento dei reparti si è ridotta.

Questo spiega anche perché il futuro della Radwan sia diventato inseparabile dalla partita politica sul disarmo di Hezbollah. Israele lega il proprio ritiro progressivo dal Libano meridionale alla consegna delle armi dell’organizzazione e alla verifica del processo, mentre Hezbollah continua a respingere l’ipotesi di disarmare prima del ritiro israeliano. I negoziati mediati dagli Stati Uniti stanno cercando di definire un meccanismo internazionale di controllo, con il governo libanese chiamato ad assumere una responsabilità molto maggiore nel sud del Paese.

Per Israele sarebbe però rischioso confondere l’indebolimento con la scomparsa della minaccia. La Forza Radwan ha perso comandanti, infrastrutture e soprattutto la possibilità di preparare indisturbata un attacco su vasta scala. Hezbollah possiede ancora uomini, armi e una lunga esperienza militare e potrebbe tentare negli anni di ricostruire ciò che è stato distrutto. La questione che si apre adesso riguarda quindi il tempo. Israele dovrà impedire che la tregua diventi l’intervallo nel quale l’unità d’élite sciita possa tornare lentamente verso il confine e ricostruire il progetto che per anni aveva trasformato l’invasione della Galilea in uno degli scenari più temuti dal comando israeliano.