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Il caccia cinese J-10 conquista l’Asia centrale

L’Uzbekistan diventa il secondo cliente straniero del J-10CE dopo il Pakistan, mentre il Bangladesh prepara un nuovo acquisto e riemerge il controverso legame con l’israeliano Lavi

Shira Navon

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Il caccia cinese J-10 conquista l’Asia centrale

L’Uzbekistan è diventato il secondo Paese straniero a dotarsi del caccia cinese J-10CE, dopo il Pakistan, segnando un nuovo successo per l’industria aeronautica militare di Pechino in un’area rimasta per decenni sotto il quasi monopolio russo. La conferma è arrivata attraverso un filmato diffuso in occasione delle celebrazioni per l’indipendenza uzbeka, nel quale almeno sei velivoli compaiono con le insegne dell’aeronautica di Tashkent.

Da tempo circolavano indiscrezioni su un ordine di 24 apparecchi, una cifra che per ora non è stata confermata ufficialmente né dall’Uzbekistan né dalla Cina. Il dato politico, però, è già evidente. Un Paese dell’Asia centrale che dispone ancora di MiG-29 e Su-27 di origine sovietica ha scelto Pechino per una parte importante del rinnovamento della propria forza aerea.

La vicenda ha anche un risvolto israeliano, sebbene assai più controverso di quanto suggerisca la somiglianza tra i due aerei. Il Chengdu J-10 presenta infatti una configurazione aerodinamica che ricorda da vicino quella del Lavi, il caccia progettato negli anni Ottanta dalla Israel Aerospace Industries e abbandonato nel 1987 dopo un durissimo confronto politico sui costi del programma.

Da allora si discute del possibile trasferimento alla Cina di conoscenze e tecnologie sviluppate per il Lavi. Nel 2008 la rivista specializzata Jane’s riferì che il programma cinese aveva beneficiato di informazioni tecniche provenienti dal progetto israeliano, sulla base delle testimonianze di ingegneri russi che avevano lavorato con Pechino. La tesi è stata sempre respinta dalla Cina. Song Wencong, progettista capo del J-10, sostenne che l’origine aerodinamica del velivolo andasse cercata nel precedente progetto cinese J-9, sviluppato già negli anni Sessanta e Settanta. Un legame diretto fra Lavi e J-10, dunque, non è mai stato dimostrato definitivamente.

Il successo commerciale del caccia cinese ha acquistato maggiore peso dopo il breve conflitto tra Pakistan e India del 2025. Islamabad ha attribuito ai propri J-10CE, armati con missili aria-aria PL-15, l’abbattimento di diversi velivoli indiani, compresi Rafale di fabbricazione francese. Le dimensioni esatte delle perdite e le circostanze dei singoli abbattimenti sono state oggetto di versioni contrastanti, ma l’impiego operativo ha offerto a Pechino qualcosa di prezioso sul mercato internazionale delle armi, la possibilità di presentare il proprio caccia come un sistema sperimentato in combattimento.

L’Uzbekistan potrebbe essere soltanto l’inizio di una fase di espansione. Il Bangladesh ha confermato nei giorni scorsi di essere entrato nella fase preparatoria per l’acquisto di J-10CE nell’ambito di un vasto programma di modernizzazione della propria aeronautica. Una commissione governativa ha già predisposto una bozza di accordo con la Cina, mentre fonti locali hanno parlato di un possibile acquisto fino a 24 velivoli. Il governo di Dhaka ha precisato che numero degli apparecchi, prezzo e tempi di consegna dovranno ancora essere definiti.

Per Pechino la posta in gioco supera la vendita di qualche decina di aerei. La Cina sta cercando di trasformarsi in un concorrente stabile degli Stati Uniti, della Russia e dei produttori europei nel mercato dei caccia multiruolo, offrendo il J-10CE ai Paesi che cercano un velivolo moderno senza dipendere da Washington. Il prezzo inferiore rispetto ad alcuni concorrenti occidentali e l’assenza dei vincoli politici che accompagnano spesso le forniture americane rappresentano due strumenti importanti della strategia commerciale cinese.

La scelta uzbeka assume un significato particolare anche per Mosca. Le repubbliche dell’Asia centrale hanno costruito per decenni le proprie forze armate attorno a sistemi sovietici e russi. Vedere caccia cinesi sostituire progressivamente quei velivoli significa osservare, in uno dei territori storicamente più sensibili per il Cremlino, l’avanzata tecnologica e strategica di Pechino.

Resta infine il paradosso israeliano. Quasi quarant’anni dopo la cancellazione del Lavi, il caccia che avrebbe dovuto rappresentare l’autonomia aeronautica dello Stato ebraico continua a riapparire, almeno indirettamente, nella storia di uno degli aerei militari di maggior successo della Cina. E mentre in Israele si torna a discutere della possibilità di sviluppare in futuro una nuova piattaforma da combattimento nazionale, il J-10 amplia il proprio mercato, dal Pakistan all’Uzbekistan e, con ogni probabilità, presto anche al Bangladesh.