Chi è ancora convinto che l’Unione europea sia – pur in questi tempi disperati – la via maestra per il destino anche dell’Italia, dovrebbe riflettere su come la questione mediorientale sia forse oggi il punto centrale per tentare il rilancio del Vecchio continente.
Meritano il massimo rispetto coloro che studiano scelte tecnologiche e finanziarie per ridare fiato a Bruxelles, però forse chi è impegnato in serie proposte in questo campo non riflette abbastanza su come la base per avviare, dopo il 1945, un processo di integrazione comunitaria fu innanzitutto politica: senza il Patto atlantico anche le politiche europee dell’energia, dell’acciaio e dell’agricoltura che seguirono non sarebbero state possibili. E in questo senso oggi il primo problema dell’Unione è definire il proprio ruolo nel contesto internazionale e – senza questa definizione – ogni mirabile disegno “tecnico” diventa fragilissimo.
Naturalmente il primo fronte “politico” da prendere in considerazione è quello del sostegno alla resistenza del popolo ucraino contro l’aggressione tardo-imperialista russa: è un impegno ineludibile, però particolarmente difficile per lo scarso coordinamento europeo con una super unilateralista amministrazione Trump, per le ampie sacche di pacifismo non privo di tensioni idealistiche, ma fondato anche su solide basi iperegoistiche (tipo “chi ce lo fa fare di morire per Kiev”, posizione ben rappresentata in Italia da statisti come Roberto Vannacci e Giuseppe Conte) e con annesse preoccupazioni anche di settori popolari – vedi Polonia – ben schierati contro Mosca, però molto preoccupati su come integrare l’agricoltura e l’industria ucraine con quelle dei paesi dell’Unione.
Il voto dell’Islanda, poi, sull’adesione all’Europa unita fa intendere come anche nell’altro fronte aperto con il cosiddetto CRINK (China, Russia, Iran, North Korea), cioè quello dell’Artico – dove pur pesa uno schieramento ricco di tensione morale e politica come quello della cosiddetta Lega neoanseatica, che raccoglie Paesi Bassi, Polonia, Paesi scandinavi e baltici–, la fiducia in Bruxelles sia molto debole.
Ecco perché, se consideriamo come il posizionamento internazionale sia decisivo per il rilancio della Ue, oggi la questione mediorientale è forse quella su cui gli Stati europei hanno più carte da giocare: Israele e Stati Uniti hanno bisogno di sponde per chiudere le partite aperte nello stretto di Hormuz, sul nucleare iraniano, sul Libano e sul mar Rosso; gli Stati del Golfo arabico hanno bisogno di soggetti internazionali capaci di svolgere funzioni di mediazione; la Turchia è impegnata nel ritagliarsi un ruolo internazionale maggiore che però non può prescindere da alleanze che al momento sono più con l’Occidente (dalla Nato a Bruxelles) che con la Cina e tanto meno con una Russia che contende ad Ankara l’egemonia sul mar Nero; l’India ha oggi relazioni assai migliori con Roma e Parigi che con Washington e naturalmente con Pechino. E tutta la partita mediorientale, poi, è legata strettamente con quella africana, dove l’influenza cinese (e dei mercenari russi) è oggi, dopo tanti successi, non di rado sulla difensiva.
Assumere dunque oggi l’iniziativa sul dossier mediorientale – un’azione naturalmente politica e, dove necessario, parzialmente militare, e non puramente retorica – può ridare un nuovo slancio all’Unione anche perché consentirebbe di fare i conti pure con questioni molto concrete come l’energia e le migrazioni, e non solo con pur necessari principi astratti.