La Giordania aspetta le elezioni israeliane per decidere quanto futuro resti nel trattato di pace firmato con Israele nel 1994. Nel frattempo, mentre i rapporti politici tra Gerusalemme e Amman attraversano una delle fasi più difficili degli ultimi trent’anni, l’Iran sta ricordando ai due Paesi quanto i rispettivi interessi strategici continuino a essere intrecciati.
L’ultimo avvertimento è arrivato dal cielo. Nella notte tra il primo e il 2 settembre l’Iran ha lanciato una nuova ondata di missili contro obiettivi americani nella regione e lo spazio aereo giordano è stato nuovamente coinvolto. Le forze armate del regno hashemita hanno comunicato di avere individuato tredici missili balistici entrati nel Paese, abbattendone dieci. Gli altri tre sono caduti in zone disabitate, senza provocare vittime. Aqaba, dove si trovano installazioni militari americane e che rappresenta l’unico sbocco giordano sul Mar Rosso, è ormai direttamente esposta alle conseguenze dello scontro con Teheran.
Per re Abdullah II il problema supera largamente la dimensione militare. La Giordania deve proteggere un territorio stretto fra aree di crisi, con un’economia fragile e una popolazione nella quale la questione palestinese esercita un peso politico enorme. Aqaba, inoltre, è diventata ancora più importante da quando la crisi nello Stretto di Hormuz ha spinto una parte dei traffici commerciali verso rotte alternative attraverso il Mar Rosso.
In questo quadro Israele rimane un vicino con cui Amman ha pessimi rapporti politici e interessi di sicurezza difficili da separare. I canali tra gli apparati militari dei due Paesi continuano a funzionare, soprattutto davanti alla minaccia iraniana. È una cooperazione discreta, lontana dalle dichiarazioni pubbliche e resa ancora più delicata dal clima dell’opinione pubblica giordana, fortemente ostile a Israele dopo la guerra iniziata il 7 ottobre 2023.
Sul piano diplomatico, invece, il gelo è evidente. Le tensioni su Gaza, sulla Cisgiordania e sui luoghi santi di Gerusalemme hanno progressivamente svuotato il rapporto politico costruito dopo l’accordo firmato da re Hussein e Yitzhak Rabin. Anche la cooperazione economica è ridotta, mentre resta essenziale la questione dell’acqua. In base al trattato di pace Israele continua a fornire alla Giordania 50 milioni di metri cubi l’anno, una quantità vitale per uno dei Paesi con maggiore scarsità idrica al mondo. Negli ultimi anni erano state concordate forniture aggiuntive, diventate a loro volta oggetto delle tensioni tra i due governi.
È proprio questa contraddizione a spiegare la prudenza della monarchia hashemita. Amman può irrigidire il linguaggio politico verso Gerusalemme, ridurre i contatti diplomatici e prendere pubblicamente le distanze dal governo Netanyahu, mentre la geografia impedisce di cancellare gli interessi comuni. L’Iran rende questa realtà ancora più evidente. Ogni missile che attraversa lo spazio aereo giordano ricorda che la sicurezza del regno dipende anche da un sistema regionale nel quale Israele svolge un ruolo centrale.
Re Abdullah guarda perciò al 27 ottobre, quando gli israeliani saranno chiamati alle urne. Una nuova vittoria di Benjamin Netanyahu renderebbe difficile immaginare un rapido miglioramento dei rapporti. Ad Amman pesano le politiche israeliane in Cisgiordania, le tensioni intorno alla Spianata delle Moschee e un rapporto personale con il primo ministro israeliano deteriorato da anni.
Un cambiamento di governo aprirebbe invece uno spazio politico diverso. La corte giordana conosce bene i principali protagonisti della politica israeliana e segue con attenzione le possibili combinazioni del dopo voto. Qualunque esecutivo nascerà dalle urne dovrà comunque fare i conti con un rapporto che nessuno dei due Paesi ha interesse a spezzare.
Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti potrebbero avere un ruolo decisivo nel tentativo di ricucirlo. Washington considera da sempre la stabilità della Giordania un elemento essenziale dell’assetto regionale, mentre Abu Dhabi possiede oggi rapporti sufficientemente solidi con entrambe le parti per favorire una ripresa del dialogo.
La pace israelo-giordana è arrivata così a una condizione singolare. Politicamente è quasi congelata, sul terreno continua a produrre acqua, coordinamento militare e sicurezza di frontiera. Trentadue anni dopo la firma del trattato, sarà ancora una volta la politica israeliana a stabilire quanto di quel rapporto possa tornare visibile. Amman, per ora, osserva i missili iraniani e aspetta le urne.