La guerra in Sudan sta diventando uno dei primi terreni su cui misurare le conseguenze della crescente cooperazione militare tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Il rapporto è stato formalizzato il 7 agosto con l’accordo di difesa congiunta della Mecca, che prevede assistenza reciproca in caso di attacco e una più ampia collaborazione nell’industria della difesa, nell’addestramento e nel coordinamento strategico. Ma i legami militari e finanziari che emergono dal conflitto sudanese sembrano precedere la firma dell’accordo.
Secondo Le Monde, nel sostegno alle Sudanese ArmedForces (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, starebbero infatti convergendo finanziamenti sauditi, tecnologia militare turca e armamenti pakistani. Riyadh avrebbe contribuito a finanziare alcune acquisizioni, mentre un contratto con il Pakistan, stimato in circa 1,5 miliardi di dollari, comprenderebbe aerei da combattimento, veicoli blindati e droni.
È un elemento significativo perché la guerra, iniziata nell’aprile 2023 tra le SAF e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, ha ormai assunto una dimensione regionale. L’ingresso di nuovi fornitori di armi, capitali e assistenza tecnica modifica gli equilibri sul terreno e aumenta il rischio che il conflitto superi ulteriormente i confini sudanesi.
Un primo segnale è arrivato dal Ciad. Il 20 e 21 agosto N’Djamena ha denunciato attacchi contro il proprio territorio compiuti da velivoli e droni ritenuti collegati alle SAF o a forze alleate. Secondo l’esercito ciadiano, sarebbe stato colpito nell’Ennedi orientale, a oltre cento chilometri dal confine sudanese, un convoglio di circa 200 veicoli. Khartoum ha sostenuto invece che il convoglio trasportasse rinforzi destinati alle RSF.
L’episodio ha riportato l’attenzione soprattutto sul ruolo della Turchia. Come già emerso dalle ricostruzioni sul conflitto, nell’arsenale delle SAF sarebbero entrati droni Bayraktar TB2 e Akıncı prodotti dalla turca Baykar. Un’inchiesta del Washington Post del marzo 2025 aveva documentato contratti e accordi di assistenza con la parte sudanese per almeno 120 milioni di dollari, comprendenti droni, equipaggiamenti e supporto tecnico. Le Monde ha successivamente descritto Ankara come il principale partner militare delle SAF, riferendo anche della presenza di addestratori turchi accanto alle forze sudanesi.
La relazione con al-Burhan, tuttavia, va oltre le esigenze immediate della guerra. Ankara guarda da tempo al Sudan come a un Paese strategico sul Mar Rosso e a un possibile mercato futuro per infrastrutture, attività minerarie e ricostruzione. L’assistenza militare può quindi inserirsi in una strategia economica e geopolitica di più lungo periodo.
Anche il contributo pakistano sembra iniziare a essere visibile. Veicoli blindati di fabbricazione pakistana sarebbero stati osservati nell’area di Khartoum, possibile indicazione che almeno parte delle forniture riportate dalla stampa abbia già raggiunto il teatro operativo.
Washington osserva con crescente preoccupazione questa internazionalizzazione. Gli Stati Uniti hanno condannato le incursioni denunciate dal Ciad e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno chiesto di estendere all’intero Sudan l’embargo sulle armi attualmente applicato al Darfur, includendo esplicitamente i droni. Per gli americani, finanziamenti e forniture militari provenienti dall’esterno stanno contribuendo a prolungare la guerra e ad aumentare il rischio di un’escalation regionale.
Sarebbe prematuro descrivere il Sudan come una guerra combattuta dall’alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. L’accordo della Mecca non nasce per il conflitto sudanese e i tre governi insistono sulla sua natura difensiva. Ma il Sudan offre già un’indicazione interessante: finanziamenti sauditi, capacità tecnologiche turche e industria militare pakistana possono diventare complementari. Più che il testo dell’accordo, sarà proprio la capacità dei tre Paesi di trasformare questa complementarità in azione a indicare il peso reale della nuova intesa.