Per oltre dieci anni sono state uno dei simboli più riconoscibili della guerra contro lo Stato islamico. Oggi più di 1.500 combattenti curde delle YPJ, le Unità di protezione delle donne rischiano di restare fuori dalle nuove forze armate siriane proprio mentre le milizie curde vengono integrate nelle strutture statali di Damasco. La questione, rimasta irrisolta durante mesi di negoziati, mette alla prova il compromesso raggiunto tra il presidente Ahmed al-Sharaa e le Forze democratiche siriane.
Il 25 agosto le SDF hanno annunciato ufficialmente il proprio scioglimento come forza militare indipendente, passaggio decisivo del processo avviato nei mesi precedenti con il governo centrale. I combattenti stanno confluendo nel ministero della Difesa e alcuni dei loro comandanti hanno ottenuto incarichi di primo piano. Mazloum Abdi, per oltre un decennio alla guida delle SDF, è stato nominato consigliere del presidente al-Sharaa, mentre il comandante curdo Sipan Hamo è diventato viceministro della Difesa per le regioni orientali.
Per le donne delle YPJ il percorso si è però fermato. Le nuove forze armate siriane non prevedono attualmente personale femminile e la comandante Nowruz Ahmed ha raccontato che, durante gli incontri avuti a Damasco con al-Sharaa, la richiesta di integrare le sue combattenti in una brigata o in un battaglione autonomo è stata respinta.
La proposta delle YPJ partiva dall’esperienza acquisita durante la guerra civile. Le unità femminili hanno partecipato per anni alle principali campagne contro l’Isis nel nord e nell’est della Siria, combattendo accanto alle SDF sostenute dagli Stati Uniti. Chiedono quindi di poter continuare a operare come formazione organizzata, mantenendo una struttura di comando e capacità militari costruite sul campo. Damasco vuole invece un esercito centralizzato, privo delle formazioni autonome nate durante il conflitto.
Le trattative si sono ora spostate verso il ministero dell’Interno. Nowruz Ahmed ha proposto che le oltre 1.500 combattenti vengano incorporate nelle unità per le operazioni speciali, una soluzione che consentirebbe loro di conservare almeno in parte il profilo militare. Nei mesi scorsi era emersa anche l’ipotesi di un loro ingresso nella polizia turistica, uno dei pochi settori della sicurezza siriana in cui già lavorano donne. Le YPJ hanno respinto questa prospettiva, mentre un loro portavoce ha contestato che sia mai stata formulata ufficialmente. Il ministero dell’Interno ha successivamente dichiarato che le combattenti potrebbero essere accolte nei suoi ranghi, senza precisare quale funzione verrebbe loro assegnata.
Dietro la disputa sul futuro di 1.500 soldatesse c’è un problema molto più ampio. Nelle aree amministrate dai curdi durante la guerra, la partecipazione femminile era diventata uno degli elementi centrali del sistema politico e militare. Le YPJ rappresentavano questa trasformazione nella sua forma più visibile, soprattutto per una generazione di donne entrata nella vita pubblica attraverso la lotta contro l’Isis.
Il loro eventuale scioglimento viene quindi percepito come il rischio di perdere una parte delle conquiste ottenute negli ultimi anni. A rendere più forte la diffidenza contribuisce il passato di al-Sharaa, già leader della branca siriana di al-Qaeda prima della rottura con l’organizzazione jihadista, e le violenze che hanno coinvolto alcune minoranze dopo la caduta di Bashar al-Assad.
L’integrazione delle SDF segna comunque una svolta storica. Dopo la caduta di Assad alla fine del 2024 e l’offensiva governativa che nel gennaio scorso ha sottratto ai curdi una parte consistente dei territori controllati, Damasco sta cercando di ricostruire un’unica catena di comando. Anche Ankara, che per anni ha considerato le SDF strettamente legate al PKK, ha accolto con favore il loro scioglimento, vedendovi un passo verso il consolidamento dell’unità siriana.
Proprio qui si apre il problema delle combattenti. Il nuovo Stato siriano vuole chiudere l’epoca delle milizie e riportare le armi sotto un’unica autorità. Le donne delle YPJ chiedono che questa trasformazione non cancelli il ruolo conquistato combattendo sul terreno. Il compromesso trovato con gli uomini delle SDF deve ancora essere scritto per loro. E dalla soluzione dipenderà anche quale spazio la nuova Siria intende concedere alle donne nelle proprie istituzioni di sicurezza.