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Scuola e propaganda. E Gaza entra in classe

La campagna “Non dimentichiamoci di Gaza” porta nelle scuole una mobilitazione politica che solleva interrogativi su pluralismo, libertà d’insegnamento e diritto degli studenti al confronto

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Scuola e propaganda. E Gaza entra in classe
Iimmagine generata con AI

Parlo da genitore, preoccupato e – consentitemelo – anche discretamente incazzato perché, a pochi giorni dall’inizio dell’anno scolastico, mi trovo, spiazzato, davanti all’ultimo capolavoro di quel mondo che da anni ci ammorba con Gaza e ne fa il pretesto per ogni battaglia ideologica.
Stavolta è il turno di “Non dimentichiamoci di Gaza”, campagna promossa da Docenti per Gaza e dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (stendiamo un velo pietoso su un’organizzazione che vede scuole militarizzate in Italia, invece che a Gaza e dintorni).

Gli obiettivi dell’iniziativa sono chiari. Ai docenti si propone di portare al primo Collegio una mozione contro il “genocidio”, rivendicare una “postura di resistenza” e denunciare il tentativo di “israelizzare la società”. La mobilitazione viene qualificata come un atto di pace “educante e politico”. Una definizione inquietante, che richiama una concezione sovietica della scuola, il cui compito non è dare agli studenti gli strumenti per imparare a pensare con la propria testa, bensì di “educarli” a una visione politica precostituita.

Si prevede, inoltre, che il docente compili un “modulo di restituzione”, per misurare la diffusione della campagna. Niente di strano, se non fosse che si chiede di indicare la scuola in cui la mozione viene votata e di scrivere, in un apposito campo del modulo, “i motivi o le condizioni in cui è stata accolta o bocciata”. Potrebbero così comparire i nomi dei colleghi contrari alla mozione o il nome della scuola che non l’ha approvata. Non c’è forse un rischio di schedatura di chi aderisce e di chi dissente?

Infine, si legge nel comunicato dell’Osservatorio, se il Collegio boccia la mozione, tu – docente che l’hai proposta – avvaliti dell’“opzione di minoranza” e tieni comunque “la lezione che desideri”.Peccato che la normativa non possa essere letta in questo modo. Le “diverse opzioni metodologiche, anche di gruppi minoritari” previste dal DPR 275/1999 non devono mai comprimere il “confronto aperto di posizioni culturali”, il “rispetto della coscienza morale e civile degli alunni” (D.Lgs. 297/1994), il pluralismo e la formazione di un’opinione “autonoma e non condizionata” degli studenti (nota MIM del 7 novembre 2025). Sono principi irrinunciabili, ma evidentemente estranei ai promotori di “Non dimentichiamoci di Gaza”, che non cercano pluralismo, confronto e nemmeno un coordinamento con il resto del corpo docente, da cui pensano di poter prescindere con disarmante disinvoltura.

Gaza è solo il terreno fertile per far attecchire un’operazione del genere. Demonizzare Israele è un modo semplice per trovare consenso, in un mondo ossessionato da un antisionismo che scivola nell’antisemitismo. Ma attenzione: Israele è il grimaldello per andare oltre e colpire pure l’Occidente, ritenuto complice del sionismo, colonialista, suprematista e militarista.

È l’obiettivo dell’islam radicale, di cui campagne come “Non dimentichiamoci di Gaza” diventano straordinari megafoni, anche nella buona fede di chi vi aderisce. Un islam radicale che è subdolo, sa rendersi presentabile e apparire dialogante, per trovare spazio nella società, nelle istituzioni e nella scuola. E chi si ostina a non riconoscerlo come problema, per un malinteso senso dell’inclusione, finisce per fare il suo gioco.

Intanto, l’istituto “Fabrizio De André” di San Frediano a Settimo a Pisa ha già approvato una mozione su questa linea. Il Collegio dell’ITT “Marco Polo” di Firenze ne ha inserito una simile all’ordine del giorno del 2 settembre. I Cobas hanno rilanciato la campagna. La solita parte politica, responsabile in questi anni di vergognose strumentalizzazioni su Gaza e Israele, non ha, per il momento, preso alcuna distanza dall’iniziativa.

Tutto lascia prevedere un effetto domino, con l’adesione di altri istituti. E io, da genitore, non dovrei preoccuparmi? Tra qualche giorno può entrare in classe di mia figlia un insegnante che, con un “atto di pace educante e politico”, prova a friggerle il cervello con l’“israelizzazione della società” e dovrei dormire sonni tranquilli?

Cerchiamo di reagire. Gli strumenti ci sono: la nota MIM del 7 novembre 2025 (già applicata dal ministero per disporre ispezioni su iniziative scolastiche prive di adeguato contraddittorio), la Strategia nazionale contro l’antisemitismo e, auspicabilmente a breve, la legge sul contrasto all’antisemitismo, il cui ddl, approvato dal Senato, è all’esame della Camera. Le famiglie potranno segnalare i casi al ministero e al Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo. Poi le istituzioni dovranno fare la loro parte.Se lo faranno, prepariamoci ai soliti stramazzi di chi griderà alla repressione. Ma è solo una questione di punti di vista: quando in gioco c’è il diritto dei nostri figli a crescere in una scuola libera, quel grido lascia il tempo che trova e diventa una medaglia al merito.