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Antisemitismo, la piazza contro il ddl Delrio

Il 9 settembre oltre cento associazioni protestano davanti al Senato contro la definizione IHRA e in nome della libertà di criticare Israele

Giuliano Cazzola

Tempo di Lettura: 8 min
Antisemitismo, la piazza contro il ddl Delrio
Iimmagine generata con AI

Il 9 settembre approda al Senato in seconda (ed auspicabilmente definitiva) lettura il ddl Delrio (conserviamo l’intitolazione iniziale) per il contrasto all’antisemitismo. In quel giorno, a partire dalle ore 13, oltre 100 associazioni (tra le quali primeggiano la Cgil, l’Anpi, la Fnsi, i Giovani del Pd, oltre a tutto ciò che rimane del comunismo) organizzeranno davanti a Palazzo Madama un presidio di protesta con una maratona oratoria per dire no al disegno di legge chiamato “Antisemitismo”, ma che è invece – a loro insindacabile opinione – l’ennesimo tentativo di mettere un bavaglio al dissenso trasformando in reato le critiche a Israele.

Il pericolo consiste in una parte della definizione, assunta dal testo IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), secondo la quale antisemitismo è anche la manifestazione retorica e fisica diretta “verso istituzioni della comunità ebraica”, quindi il governo israeliano, e che “fa coincidere sette dei suoi undici esempi di antisemitismo con le critiche allo Stato di Israele”.

Già dover pensare che un centinaio di associazioni ritengano una priorità poter insultare Israele e si sentano coartate nei loro diritti se i loro gesti e le loro parole suscitano qualche preoccupazione. Uno Stato democratico che ha tra i suoi concittadini 2 milioni di palestinesi che godono di tutti i diritti politici e civili dei concittadini di religione ebraica avrà pure il diritto di rifiutare l’appellativo di nazista (con ciò che significa nella storia di quel popolo). Perché non lo vanno a dire alla Russia di Putin? Ma questa è un’osservazione che non dimostra la disonestà della posizione dei manifestanti, perché dare del nazista al prossimo potrebbe passare per un’opinione legittima. Ma di questo passo anche i Protocolli dei Savi di Sion diventano un’opinione e non più un falso storico? In Italia c’è stato un illustre filologo che ha sfregiato con questa definizione la premier e ha trovato solo dei difensori della sua libertà di pensiero. È il caso di entrare nel merito delle norme del ddl con riferimento alle pesanti critiche che gli sono rivolte fin dalle prime iniziative.

Il motivo di un ukase così netto e inappellabile consiste nel recepimento all’articolo 1 della definizione operativa di antisemitismo, approvata a Bucarest il 26 maggio 2016 dalla Plenaria dell’IHRA. Cominciamo da qui le nostre considerazioni. Innanzi tutto, dalla definizione operativa che non è “giuridicamente vincolante”: “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei – sta scritto – che può essere espressa come odio per gli ebrei stessi. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Trattandosi di un documento operativo (di lavoro), per orientare l’operato dell’IHRA vengono indicati alcuni esempi, a leggere i quali si capiscono (ma, a mio parere, non si giustificano) le rimostranze delle barbe finte che manifesteranno il 9 settembre secondo le quali il documento considera antisemite anche le loro critiche ad Israele. In effetti, le esemplificazioni si muovono lungo un’incerta linea di confine tra i concetti di antisemitismo e antisionismo (che è poi divenuto un moto di ostilità nei confronti di Israele) allo scopo di individuare i casi in cui il secondo può essere considerato una dissimulazione del primo. Ma non giochiamo mica – direbbe Bersani – ai quattro cantoni. È indicato infatti, nel testo, che le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. Dove potrebbe insinuarsi, allora, l’insidia di un antiebraismo camuffato da antisionismo secondo l’IHRA? Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono:

• L’incitazione o la giustificazione dell’uccisione di ebrei o di danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista. È quanto è accaduto il 7 ottobre, nel senso che i terroristi di Hamas hanno dato la caccia e massacrato civili solo perché ebrei. Per nessun motivo questa azione può essere contrabbandata con un episodio di una guerra di liberazione.

• Le insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o quello degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società. Lo stereotipo della lobby ebraica è ritornato in circolazione, ma a sproposito perché in generale i media hanno parteggiato per la causa palestinese.

• L’accusa agli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei. Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele. Abbiamo constatato le aberrazioni contro i turisti israeliani bloccati negli aeroporti e cacciati dagli alberghi. Quando Giovanni Paolo II, il Grande, si recò, come primo Papa nella storia, in visita alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986, volle liquidare le teorie degli ebrei come responsabili del deicidio (il pretesto per secoli di persecuzioni). Il Pontefice dichiarò infatti che “agli ebrei, come popolo, non può essere imputata alcuna colpa atavica o collettiva, per ciò che è stato fatto nella passione di Gesù. Non indistintamente agli ebrei di quel tempo, non a quelli venuti dopo, non a quelli di adesso.

È quindi inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie”. Oggi agli ebrei della diaspora, cittadini dei loro Paesi, viene attribuita una “colpa collettiva” di quanto sta accadendo nella Striscia, senza che ci sia un tentativo onesto di comprendere anche le ragioni di Israele; per non parlare dell’accusa rivolta ai cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione. Si ritorna così alla rappresentazione di Suss l’ebreo della propaganda nazista.

Seguono una serie di punti che condannano il “negazionismo” dell’Olocausto del popolo ebraico – o dell’esagerazione dei suoi contenuti – per mano della Germania nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda guerra mondiale. Non si può negare che questo virus sia stato e sia presente in Europa. Proseguendo nella esemplificazione, il giudizio di antisemitismo finisce per riguardare azioni e comportamenti che non sono più del tutto estranei al Pd e ai suoi compagni di strada che magari “sbagliano”, come quando negano agli ebrei il diritto a una patria, sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo o di colonialismo (copyright Francesca Albanese); oppure pretendere da Israele comportamenti non richiesti a nessun altro Stato democratico, come la rassegnazione ad essere uno Stato “guarnigione” condannato dalla comunità internazionale a convivere, come condizione legittima della sua esistenza, insieme ai suoi nemici mortali. Infine, fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti.

In questa sciarada di linee di condotta ritenute indizio di antiebraismo troviamo tanti slogan che hanno avvelenato il dibattito su questa tragedia. Innanzitutto, l’infame “Palestina libera dal fiume al mare”. Ma soprattutto – e qui non possiamo prendercela solo con i pro-Pal – l’accusa di “nazismo” rivolta ad Israele e il paragone tra Benjamin Netanyahu e Hitler. Ammesso e non concesso che il premier israeliano sia un criminale di guerra, Netanyahu si trova in buona compagnia: nessun altro però è stato paragonato a Hitler. Neppure Pol Pot. È fin troppo evidente in questa accusa un filo di crudele malizia. Farlo con Israele e gli ebrei serve alla pretesa di pareggiare il conto con la Shoah, un genocidio di cui l’Europa non può non sentirsi responsabile, maturato sul terreno di secoli di persecuzioni antiebraiche, che determinarono un atteggiamento persecutorio verso le comunità ebraiche sul quale poté dilagare il delirio della “soluzione finale”.

Tornando alla manifestazione immaginiamo che qualche maratoneta dell’oratoria (essendo i militanti di sinistra colti, non come gli ignoranti di destra) si esibirà in florilegi di oratoria appassionata per dare lettura delle veline di Hamas. I più documentati citeranno a memoria le falsità di Francesca Albanese. E tutti torneranno sui loro passi convinti di aver impiegato nel migliore dei modi la giornata, come un qualsiasi kapo a fine turno.

Verrà un giorno, però, se i partecipanti sono onesti, in cui si vergogneranno di quelle parole, come di aver partecipato a quella manifestazione. Al pari di quei leader comunisti del secolo scorso che, da vecchi, fecero ammenda per essersi alzati in Aula alla Camera, nel 1956, inneggiando all’Armata Rossa che stava massacrando gli ungheresi. È un momento difficile. Stanno avvenendo iniziative impensabili fino a pochi anni orsono. Pensiamo all’appello di 3mila docenti contro il ddl Delrio, agli impegni a boicottare Israele imposti nei programmi dei candidati nelle elezioni dei rettori. E, se ne avessimo avvertito la mancanza, le avanguardie della Flotilla sono approdate al Lido di Venezia al Festival del Cinema per far garrire sui pennoni la bandiera di Hamas. Ma soprattutto – ne abbiamo già accennato – biasimiamo il comportamento degli albergatori che non ospitano gli ebrei se non si dissociano dal loro focolare. Ma a costoro non si dovrebbero ritirare le licenze?

Cari manifestanti del 9 settembre, vi auguro che piova con uno di quegli acquazzoni senza misericordia che avvengono a Roma. Confido nel meteo che mi rassicura: “da domani mercoledì 9 arrivano temporali e un deciso calo termico”. Così, la pioggia non renderà solo patetico il bofonchiare sotto gli ombrelli, ma spazzerà via nelle fogne frasi, parole, giudizi che troveranno in questo modo la loro sede naturale.