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Nir Oz e le case del 7 ottobre

Mentre il kibbutz rinasce, gli abitanti discutono sul destino delle abitazioni distrutte. Conservarle come testimonianza o liberare chi è tornato dalla presenza quotidiana del massacro

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Nir Oz e le case del 7 ottobre

A Nir Oz ricostruire significa anche decidere che cosa lasciare distrutto. Quasi tre anni dopo il 7 ottobre, mentre nel kibbutz al confine con Gaza avanzano i lavori e una parte degli abitanti è tornata a casa, alcune costruzioni annerite dal fuoco sono rimaste in piedi. Tra queste ci sono la casa della famiglia Bibas, dalla quale furono rapiti Shiri e i piccoli Ariel e Kfir, e quella dei Kedem-Siman Tov, dove Tamar, Johnny e i loro figli furono assassinati.

Sono edifici che ormai appartengono alla storia di Israele, eppure sorgono ancora nel luogo nel quale alcune centinaia di persone devono ricominciare a vivere. Da qui nasce una domanda per la quale Nir Oz non ha ancora trovato una risposta condivisa. Quelle rovine devono rimanere esattamente dove sono, come testimonianza del massacro, oppure la memoria può essere custodita altrove, permettendo al kibbutz di tornare a essere un luogo nel quale si abita e si cresce?

A Nir Oz la questione assume un peso particolare. Il 7 ottobre un abitante su quattro fu assassinato o rapito. I terroristi passarono di casa in casa e oltre novanta abitazioni furono successivamente destinate alla demolizione. Quasi nessuna famiglia uscì indenne da quella giornata.
La maggior parte delle costruzioni distrutte è stata ormai rimossa. Intorno ad alcuni edifici è stata invece creata una sorta di zona di attesa, che ne impedisce per il momento l’abbattimento. Un gruppo di professionisti sta lavorando con la comunità sulle possibili soluzioni. Le alternative comprendono la conservazione delle case nel luogo originario, il mantenimento soltanto di alcune parti, il trasferimento di edifici o stanze protette in un’area memoriale esterna e perfino la possibilità di schermare le rovine, lasciandole intatte senza costringere gli abitanti a incontrarle ogni giorno.

La casa dei Bibas è inevitabilmente al centro della discussione. Un questionario sottoposto agli abitanti, alle famiglie delle vittime e agli altri gruppi legati alla comunità ha mostrato una maggioranza favorevole alla conservazione dell’edificio o almeno alla sospensione della sua demolizione. Ofri Bibas, sorella di Yarden, chiede che la casa rimanga. Per lei ricostruire il kibbutz non può significare cancellare la prova fisica di quanto vi accadde.

Altri abitanti sentono il bisogno opposto. Ran Fauker, quasi novant’anni, tra le figure storiche di Nir Oz, ha perso il fratello Gideon nel massacro ed è appena tornato a vivere nel kibbutz insieme alla moglie. Vorrebbe che le rovine fossero rimosse. La memoria, sostiene, potrebbe trovare posto in un’area esterna nella quale trasferire una o due abitazioni e alcune delle stanze protette rimaste isolate dopo la demolizione delle case.
È difficile considerare una delle due posizioni meno legittima dell’altra. Chi vuole conservare le macerie teme che, una volta scomparse, con gli anni possa attenuarsi anche la capacità di comprendere ciò che avvenne. Chi chiede di rimuoverle deve invece attraversare ogni mattina gli stessi vialetti nei quali sono stati uccisi familiari, amici e vicini.

Adina Moshe appartiene al primo gruppo. Suo marito Saïd fu assassinato il 7 ottobre e la loro casa è già stata demolita. Lei vuole costruire quella nuova nello stesso punto e chiede che quattro abitazioni di fronte siano preservate. Lì vivevano persone assassinate o rapite, tra cui Carmela Dan, la nipote Noya, Bracha Levinson ed Elad Katzir. Le rovine, suggerisce, potrebbero essere nascoste da siepi e altri elementi, così da conservarle senza imporne la vista.

Anche Renana Gome Yaakov, i cui figli Or e Yagil furono rapiti e poi liberati mentre il padre Yair venne assassinato, insiste sull’importanza di una testimonianza materiale. Fra vent’anni, si domanda, che cosa potranno vedere figli e nipoti? Una fotografia o un filmato possono raccontare, ma trovarsi davanti a un luogo nel quale la storia è realmente accaduta produce qualcosa di diverso.

Il dilemma riguarda anche altri punti di Nir Oz. Il kibbutz dovrà decidere che cosa fare delle stanze protette sopravvissute alle abitazioni e del cosiddetto «incrocio dell’eroismo», dove Aviv Atsili, Tamir Adar e Dolev Yehud, membri della squadra locale di sicurezza, caddero combattendo.
Non è stata ancora presa una decisione definitiva e sarà la comunità a prenderla. Ed è forse giusto che occorra tempo. Nir Oz deve riuscire a compiere contemporaneamente due operazioni che sembrano contraddirsi e che invece sono entrambe necessarie. Deve tornare a essere un posto dove i bambini possano correre senza avere davanti una casa bruciata. E deve conservare qualcosa che dica loro perché quella casa, un giorno, bruciò.