Home > Approfondimenti > Cattolici per Israele contro il nuovo antisionismo cristiano

Cattolici per Israele contro il nuovo antisionismo cristiano

Due teologi lanciano “For Zion’s Sake”, un appello che contesta la crescente ostilità verso lo Stato ebraico negli ambienti cattolici. E ricordano alla Chiesa ciò che essa stessa afferma da sessant’anni: l’Alleanza con il popolo ebraico non è stata revocata

Shira Navon

Tempo di Lettura: 5 min
Cattolici per Israele contro il nuovo antisionismo cristiano
Iimmagine generata con AI

Può un cattolico essere sionista? La domanda, che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata confinata a qualche seminario di teologia, è tornata improvvisamente attuale. Dopo il 7 ottobre, mentre una parte del mondo cristiano ha assunto posizioni sempre più ostili verso Israele, due studiosi cattolici hanno deciso di affrontarla apertamente. La loro risposta è sì.

Sono padre Antoine Lévy, domenicano, teologo e scrittore, e André Villeneuve, biblista e fondatore di Catholics for Israel. Insieme hanno promosso “For Zion’s Sake: A Catholic Appeal in Support of Israel”, un documento nato all’interno della nuova rete Catholic Voices for Israel e sottoscritto da religiosi, studiosi e laici.

L’iniziativa, lanciata nel maggio scorso, ha rapidamente superato la cerchia dei suoi promotori. In una successiva lettera aperta a papa Leone XIV, Lévy e Villeneuve hanno riferito che “For Zion’s Sake” aveva già raccolto quasi duecento adesioni tra cattolici e sostenitori non cattolici, comprese quelle di sacerdoti, teologi, accademici e altre personalità. Un risultato significativo soprattutto perché, spiegano i promotori, molti dei firmatari avevano vissuto con crescente isolamento la propria solidarietà verso Israele all’interno degli ambienti cristiani.

L’obiettivo va oltre la solidarietà politica. Lévy e Villeneuve mettono in discussione un fenomeno che considerano assai più profondo: il ritorno, sotto il linguaggio dell’antisionismo contemporaneo, di idee teologiche che la Chiesa cattolica sembrava aver lasciato alle spalle.
Il punto è il cosiddetto supersessionismo, o teologia della sostituzione: l’idea secondo cui la Chiesa avrebbe preso definitivamente il posto di Israele nel disegno divino e l’Alleanza con il popolo ebraico avrebbe quindi perso il proprio significato. Applicata alla realtà politica contemporanea, questa concezione finisce facilmente per trasformare il ritorno degli ebrei nella loro terra in un accidente storico privo di qualsiasi significato, quando non addirittura in una sorta di usurpazione. È proprio qui che “For Zion’s Sake” affonda il coltello. Perché la Chiesa cattolica, almeno dal Concilio Vaticano II, ha percorso una strada diversa.

Nel 1965 Nostra Aetate ricordava che gli ebrei rimangono cari a Dio e che i suoi doni e la sua chiamata sono irrevocabili. Giovanni Paolo II, entrando nel 1986 nella Sinagoga di Roma, ribadì che non è lecito presentare gli ebrei come un popolo respinto o maledetto. Nel 2015 la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo tornò sullo stesso principio, affermando la permanente validità dell’Alleanza di Dio con il popolo ebraico. Anche Francesco ha scritto che l’Alleanza “non è mai stata revocata”.

Lévy e Villeneuve partono precisamente da qui. Se l’Alleanza è irrevocabile, chiedono in sostanza, perché il ritorno del popolo ebraico nella propria terra dovrebbe essere trattato da alcuni cattolici come qualcosa di moralmente sospetto per definizione?È una domanda scomoda perché porta direttamente al sionismo. Nel documento il termine viene liberato dalle caricature che gli sono state appiccicate addosso: colonialismo, suprematismo, apartheid, progetto escatologico dei cristiani evangelici. Il sionismo viene ricondotto al suo nucleo essenziale: il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nella propria terra ancestrale.

Essere cattolici e sionisti, sostengono gli autori, significa dunque riconoscere quel diritto. Non comporta l’approvazione di ogni governo israeliano né di ogni sua decisione. Israele resta uno Stato governato da esseri umani, sottoposto come ogni altro a giudizio morale. Significa però rifiutare l’idea che proprio agli ebrei possa essere negato ciò che viene riconosciuto agli altri popoli: una patria, l’autodeterminazione, il diritto di difendersi.

La distinzione è importante anche per un’altra ragione. “For Zion’s Sake” non nega la sofferenza palestinese e condanna la violenza degli estremisti. Rifiuta però il passaggio che trasforma la solidarietà con i palestinesi nella delegittimazione dell’esistenza stessa di Israele.
La battaglia è anche interna al cattolicesimo. Negli ultimi anni personaggi mediatici che rivendicano pubblicamente la propria identità cattolica hanno cercato di presentare l’antisionismo come conseguenza quasi naturale della fede. È il caso, tra gli altri, di Candace Owens, convertitasi al cattolicesimo e diventata una delle voci più aggressive contro Israele e il sionismo negli Stati Uniti.

Il problema, secondo i promotori dell’appello, nasce anche dal vuoto lasciato dalle istituzioni ecclesiastiche. Dopo il 7 ottobre molte prese di posizione cattoliche si sono concentrate sulla condotta israeliana della guerra, mentre assai meno spazio è stato dedicato alla natura dell’attacco di Hamas, agli ostaggi, alle minacce che continuano a gravare su Israele e all’esplosione dell’antisemitismo nel mondo occidentale. In quel vuoto, le voci più radicali acquistano inevitabilmente peso.

“For Zion’s Sake” cerca di occuparlo partendo da un terreno difficile da liquidare come propaganda filoisraeliana: la stessa tradizione cattolica. I promotori ricordano ai cattolici che il Concilio Vaticano II ha segnato una svolta nei rapporti con l’ebraismo e che quella svolta ha conseguenze. Non basta condannare l’antisemitismo come pregiudizio razziale o religioso se, contemporaneamente, si considera illegittima per principio l’autodeterminazione nazionale degli ebrei.

La questione resta aperta e il documento non pretende di parlare a nome della Chiesa. Proprio questo, forse, ne costituisce l’aspetto più interessante. Sono cattolici che chiedono alla propria Chiesa di portare fino in fondo le conseguenze di ciò che essa stessa ha riconosciuto: il popolo ebraico esiste, la sua Alleanza non è stata cancellata e il suo legame con la terra di Israele precede di molti secoli qualsiasi disputa politica contemporanea.

Dopo il 7 ottobre questa discussione ha smesso di essere materia per teologi. Quando l’antisionismo torna a intrecciarsi con antichi argomenti cristiani sull’elezione, sull’esilio e sulla presunta punizione degli ebrei, la teologia torna ad avere conseguenze molto concrete. Ed è esattamente per questo che due cattolici hanno deciso di parlare. Per amore di Sion.