Ero presente alla presentazione romana del libro di Nora Bussigny “I nuovi antisemiti” durante la quale relatori e la stessa giornalista hanno fornito un quadro credibile e convincente, come del resto era da aspettarsi. Mi permetto, almeno per quanto riguarda il lato italiano del fenomeno, di far alcune considerazioni. Comincerei proprio dal titolo del libro “I nuovi antisemiti”. Nuovi? Non mi sembrano tanto nuovi se faccio appello ai miei ricordi.
Il primo riguarda la risoluzione 3379 dell’Assemblea generale dell’ONU del 10 novembre 1975, che equiparava il sionismo al razzismo. Le democrazie occidentali, è stato più volte ribadito, votarono contro, Italia inclusa. In quella occasione il Partito comunista italiano respinse sì l’equiparazione del sionismo al razzismo, ma definì comunque il primo come una ideologia “reazionaria e imperialista”.
Il secondo risale alla presidenza di Sandro Pertini, quando le sue durissime critiche alla politica israeliana suscitarono forti polemiche e preoccupazioni nel mondo ebraico italiano. Si dirà, è vero, che si tratta di posizioni antisioniste e non necessariamente antisemite ma difficilmente si potrà negare che questa presa di posizione, più morale che politica, abbia destato qualche preoccupazione.
Il terzo ricordo risale al 25 giugno 1982, quando durante una manifestazione sindacale capitanata dalla CGIL venne deposta una bara vuota davanti alla Sinagoga di Roma in segno di protesta per la politica israeliana: non di fronte alla rappresentanza dello Stato di Israele, ma sulle scale del Tempio Maggiore della Comunità ebraica romana, quasi fosse questa la responsabile della politica israeliana.
Il quarto ricordo è di pochi mesi dopo, quando, il 9 ottobre 1982, terroristi palestinesi attaccarono la Sinagoga di Roma, uccidendo Stefano Gaj Taché, di due anni, evidentemente anch’essi convinti, come la CGIL, che fosse essa intestataria della politica israeliana.
Il quinto riguarda Bruno Zevi, il quale, l’11 ottobre 1982, denunciava al Consiglio comunale di Roma “un’indiscriminata campagna contro lo Stato e il popolo di Israele e le comunità della diaspora”, e “gli attacchi feroci ed isterici contro i cosiddetti «olocausti» che gli israeliani avrebbero compiuto”. Aggiunse che gli ebrei di Roma “hanno avuto pochissimi veri amici, tra i partiti minori dello schieramento democratico. I partiti di massa, la stampa con rarissime eccezioni, la radio e la televisione di Stato in tutti i suoi canali hanno invelenito l’atmosfera e creato un terreno fertile per l’antisemitismo. Di fronte ai fatti, le lacrime esibite oggi sembrano davvero tardive”. A distanza di quasi mezzo secolo sono parole ahimè attualissime. Sono, dunque, tanto nuovi questi antisemiti?
L’elenco potrebbe allungarsi a piacimento, anche a tempi più recenti. Nuova, purtroppo, è semmai la diffusione quasi universale dell’odio antiebraico in una certa parte politica. Quei semi, come si vede, ed erano già piuttosto cospicui, erano stati interrati da tempo.
Chi scrive è ben lieto di essere stato in quegli anni militante di uno di quei partiti “veri amici” citati da Zevi. E a tal proposito, un’ultima necessaria avvertenza. Ho ricordato i segnali antisemiti passati provenienti da una specifica parte politica. Di certo non l’ho fatto per promuovere alcun’altra parte politica, di cui sarebbe ancora più facile ricordare i precedenti.
Sia lecito a un cristiano cattolico credente citare le parole pronunciate dal cardinale Zuppi dopo aver partecipato nella Sinagoga di Roma alla preghiera in memoria del 7 ottobre: “qualsiasi episodio di antisemitismo, non può e non deve trovare alcuna giustificazione mai”. Anche la comunità cristiana ha le sue colpe – chi non ne ha? – ma sono parole chiare nella loro assoluta semplicità. Cari fratelli maggiori, oggi 7 ottobre e giorno in cui scrivo queste righe, e in ogni altro giorno, io sono con voi.

