Il Nobel per la Pace ha premiato la vergogna con tanto di dress code fatto di smoking e sputazzi, brindisi e mine antiuomo. Diciamo che stavolta è difficile persino fingere sorpresa. Navi Pillay, la donna che ha presieduto la commissione ONU responsabile di aver accusato Israele di genocidio, riceve il più prestigioso riconoscimento internazionale per la pace. Due giorni dopo l’anniversario del 7 ottobre. Due giorni dopo la commemorazione del più spaventoso massacro di ebrei dalla Shoah ed è difficile immaginare un segnale più brutale, una scelta più carica di significato politico. Il Comitato norvegese ha deciso di conferire il proprio sigillo di prestigio a una delle protagoniste della campagna internazionale di accuse contro lo Stato ebraico. E’ vero che il Nobel ha conosciuto altre pagine controverse, altre decisioni che hanno suscitato indignazione ma questa le supera tutte. Perché quando un premio che pretende di rappresentare la coscienza morale del mondo finisce per legittimare accuse tanto gravi quanto contestate, resta solo una domanda: che cosa resta della sua autorevolezza?
Pillay ha alle spalle una lunga carriera nella giustizia internazionale, dalla lotta contro l’apartheid ai tribunali penali internazionali, meriti che il Comitato Nobel ha voluto riconoscere parandosi le spalle (e scrivo ‘spalle’ solo perché oggi, nonostante sia avvolto dalla nausea, ho deciso di contenermi). Il nome della signora è ormai indissolubilmente legato anche a un documento che ha avuto un peso enorme nella battaglia diplomatica e politica contro Israele. Nel rapporto del 16 settembre 2025, la commissione da lei presieduta – fronte corrugata, sguardo asettico e nemmeno una goccia di sudore, nemmeno un diavolo di scrupolo o di dubbio – ha concluso che le autorità israeliane avevano commesso quattro delle cinque categorie di atti previste dalla Convenzione sul genocidio del 1948, attribuendo ai vertici dello Stato anche responsabilità per istigazione. Israele ha respinto quelle conclusioni, il che, come effetto generale, vale meno di zero.
Qui si apre una questione fondamentale. Un rapporto di una commissione d’inchiesta, per quanto autorevole possa essere considerato, non equivale a una sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia e il procedimento sul genocidio è ancora aperto. Trasformare conclusioni investigative contestate in una verità giudiziaria acquisita significa confondere due piani che il diritto internazionale impone di distinguere.
La commissione ha indagato anche sui crimini di Hamas, documentando uccisioni deliberate, sequestri di ostaggi e violenze sessuali del 7 ottobre, un elemento che va ricordato. Resta però aperto il problema del peso assunto dall’accusa di genocidio contro Israele, una parola che comporta una gravità storica e giuridica eccezionale.
Dobbiamo ripeterlo per l’ennesima volta? Evabbene, ripetiamolo: è legittimo criticare il governo israeliano, indagare sulle operazioni militari a Gaza, indagare su eventuali crimini e pretendere che siano accertati e puniti ma è proprio per questo che occorre il massimo rigore nell’uso delle categorie giuridiche, tanto più quando un’accusa di tale portata diventa un’arma nello scontro politico internazionale e il Nobel per la Pace dovrebbe contribuire a difendere questo rigore. La scelta di Pillay rischia (francamente più di un rischio è una certezza) invece di essere interpretata come una consacrazione dell’operato della commissione e delle sue conclusioni più controverse.
C’è poi il problema della memoria intesa però non come rituale banalizzato ma come strazio permanente e insanabile. Tre anni dopo il 7 ottobre, le vittime del massacro, le famiglie degli ostaggi e una società israeliana profondamente ferita vedono premiata una figura che ha assunto un ruolo centrale nel procedimento di accusa internazionale contro il loro Paese. Si può sostenere che la giustizia debba valere per tutti, ed è certamente così, ma proprio questa universalità esige attenzione anche al significato simbolico delle decisioni.
Il Comitato Nobel ha il diritto di scegliere i propri premiati ma ha anche la responsabilità di spiegare perché, fra tante persone impegnate nella difesa della pace e dei diritti umani, abbia scelto proprio Navi Pillay, proprio quest’anno. Il prestigio di un premio vive della fiducia che riesce a conservare. E la fiducia si incrina quando un riconoscimento concepito per onorare la pace viene percepito come una presa di posizione in una controversia ancora aperta, dolorosa e divisiva.
Complimenti, signori del Nobel. Avete compiuto una scelta che farà discutere a lungo. Sarebbe opportuno che, insieme alle celebrazioni, trovaste il tempo di ascoltare anche le ragioni di chi considera questa decisione un oltraggio vero e proprio, perché – vedete signori del Nobel – il prestigio si eredita ma l’autorevolezza bisogna continuare a meritarla.

