Migliaia di famiglie ebree di New York stanno scegliendo di togliere i figli dalle scuole pubbliche e di iscriverli nelle yeshivot e nelle scuole ebraiche. Il fenomeno, accelerato dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, emerge dai dati sulle iscrizioni e dalle testimonianze raccolte negli ultimi mesi: per molti genitori la scelta della scuola è ormai legata anche alla percezione di un ambiente diventato più ostile verso Israele e, in alcuni casi, verso gli stessi studenti ebrei.
Secondo l’analisi pubblicata a giugno dall’Office of Jewish Education Policy and Research di Teach Coalition, nell’anno scolastico 2025-2026 le scuole ebraiche dello Stato di New York hanno registrato una crescita delle iscrizioni vicina al 2 per cento. Il New York Post, che ha esaminato il fenomeno, quantifica l’aumento in circa 3.100 studenti. Tra il 2022 e il 2025 la crescita complessiva era stata del 4,2 per cento, più del doppio rispetto al ritmo precedente.
Un’indagine citata da Paul Bernstein, amministratore delegato di Prizmah, organizzazione che riunisce scuole ebraiche nordamericane, aggiunge un elemento ancora più significativo: il 60 per cento dei genitori che hanno recentemente scelto una scuola ebraica ha dichiarato che probabilmente non avrebbe compiuto quella scelta senza quanto accaduto dopo il 7 ottobre.
Dietro le percentuali ci sono esperienze individuali. Deborah Uri ha raccontato di aver ritirato il figlio dalla Townsend Harris High School poco dopo l’attacco di Hamas. Secondo la madre, il ragazzo perse rapidamente alcuni degli amici più stretti, che non volevano più avere rapporti con studenti ebrei. La donna sostiene inoltre che la direzione scolastica non abbia reagito adeguatamente agli episodi segnalati. Si tratta della testimonianza di una famiglia, che da sola non descrive un intero sistema scolastico, ma coincide con un malessere documentato da altre segnalazioni.
United Jewish Teachers, organizzazione di educatori ebrei della scuola pubblica newyorkese, ha raccolto 250 episodi classificati come antisemiti o anti-israeliani tra il 7 ottobre 2023 e la fine di luglio 2026. Quasi due terzi sono stati catalogati come atti diretti, comprendenti molestie, minacce, aggressioni e vandalismi. Brooklyn registra il numero più alto, 91 casi, seguita dal Queens con 68 e da Manhattan con 62. Sono dati raccolti dall’organizzazione e non equivalgono a 250 reati d’odio accertati dalla polizia o dalle autorità scolastiche, una distinzione indispensabile per comprenderne correttamente il significato.
A rendere più teso il clima contribuiscono alcuni casi che coinvolgono direttamente insegnanti. Damien Neva, docente in una scuola pubblica di Brooklyn, è sotto esame da parte delle autorità scolastiche dopo che in un atto giudiziario è comparso un messaggio che gli viene attribuito, pubblicato nel novembre 2024 in una chat Signal legata alla Park Slope Food Coop: «Long live Yahya Al-Sinwar», viva Yahya al-Sinwar. Neva è stato inoltre indicato nell’atto come uno degli attivisti favorevoli al boicottaggio dei prodotti israeliani nella cooperativa.
Un altro insegnante di Brooklyn, George Trim, docente di studi sociali alla IS 281, è finito sotto indagine dopo la scoperta di video nei quali sosteneva teorie cospirazioniste, comprese affermazioni su un presunto coinvolgimento israeliano nell’assassinio di John Kennedy e insinuazioni sul ruolo di personalità ebree negli attentati dell’11 settembre. Il Dipartimento dell’Istruzione della città ha dichiarato che quelle posizioni non riflettono i valori del sistema scolastico.
È in questo contesto che i numeri delle iscrizioni assumono un significato che supera la semplice statistica scolastica. Una parte delle famiglie ebree newyorkesi sembra cercare negli istituti ebraici anche un ambiente nel quale i figli possano vivere la propria identità senza essere chiamati continuamente a rispondere delle decisioni del governo israeliano.
Il trasferimento di qualche migliaio di studenti resta quantitativamente limitato rispetto alle dimensioni gigantesche del sistema scolastico di New York. Il segnale, però, è difficile da ignorare. La scuola pubblica americana ha costruito una parte essenziale della propria identità sulla capacità di far convivere provenienze, religioni e culture differenti. Quando alcune famiglie cominciano a pensare che per proteggere i propri figli sia preferibile uscire da quello spazio comune, il problema riguarda molto più delle statistiche sulle iscrizioni.

