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Palestina, l’affare del momento

Dal cinema ai libri, dalla moda al merchandising, la causa palestinese è diventata anche un fenomeno culturale e commerciale

Luisa Ciuni

Tempo di Lettura: 3 min
Palestina, l’affare del momento
Iimmagine generata con AI

Se tempo fa qualcuno mi avesse detto che un film sulle conseguenze della caduta dell’Impero Ottomano e sugli effetti della Dichiarazione Balfour sarebbe diventato un campione di incassi avrei giurato di avere sentito male. Invece ‘Palestina 36’, film della regista palestinese Anne-Marie Jacir (che vive ad Haifa), va alla grande. La produzione è araba, gli attori anche. E chi lo vede può respirare sentendosi serenamente dalla parte giusta della storia. In Italia ha incassato circa 360.000 euro.

Il documentario Naza offre una catarsi analoga e anche un soffio in più di cultura perché è monotono, monocorde e, alla lunga, un po’ noioso. Da quando è uscito in Italia ha guadagnato circa 3 milioni di euro. La sua programmazione doveva durare 3 giorni ma ha avuto un tale successo che starà nelle sale fino ad esaurimento di spettatori. Tutti in fila a guardarlo come una volta a messa la domenica. O a comprare libri di autori palestinesi, tomi sulla Palestina, poesie, romanzi di autori che solo qualche anno fa nessuno avrebbe preso in considerazione, tranne qualche appassionato di letteratura straniera.

In un Paese di non lettori, dove le vette della classifica di libri venduti sono spesso dominate da volumi di consumo o da romanzi rosa, i due libri di Francesca Albanese, la relatrice Onu sui Territori occupati, si sono piazzati nella parte alta della classifica. E non sono certo leggeri ‘La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero’ (Rizzoli, 2026) e ‘Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina’ (Rizzoli, 2025). Ma va così.

La Palestina è diventata una moda. Oltre alla kefia attorno al collo, si mangia palestinese, si legge palestinese, si guarda palestinese. Come trent’anni fa erano molto à la page il Sudamerica, i cappellini peruviani e gli Inti Illimani o come è stato di moda il mondo ebraico fino al 7 Ottobre fra giudecche che spuntavano in tutta Italia, fantasiosi post sulla cucina ebraica (con uso del pomodoro ben prima della scoperta dell’America) e pretese eventuali origini ebraiche da parte dei più audaci. E la Palestina fa affari fra merchandising e incassi. Anche se la chiarezza ancora è lontana.

La Gaza Cola, ad esempio, rende e dichiara di dare tutto in beneficenza per la ristrutturazione dell’ospedale Al Karama. Ma visto che per ora non ci sono iniziative edili a Gaza, i soldi vengono usati per gli ospedali da campo della Striscia (senza informare nessuno). Cifre? Non se ne parla. Francesca Albanese non viene retribuita dall’Onu, può solo farsi rimborsare le spese. Così scrive e partecipa un po’ ovunque a conferenze e dibattiti. E, quando ha tempo libero, posa per le riviste di moda con capi di Loro Piana ed altre grandi griffe. In settembre il giornale Love Magazine l’ha fotografata con un cappotto del grande marchio del cachemire e con altre mises firmate.

Evidentemente la Palestina fa vendere anche i giornali. I libri di sicuro sì, come abbiamo visto con i saggi di Francesca Albanese. Così un romanzo carino ma non certo un capolavoro come ‘Ogni mattina a Jenin’ di Susan Abulhawa (Feltrinelli) è diventato un best seller come ‘Un dettaglio minore’ (ed. La nave di Teseo) di Adania Shibli e varie antologie di poeti della Striscia. Languono, invece, le poesie di Mahmoud Darwish, poeta noto in tutto il mondo. Ma è morto ed era amico di Arafat non di Hamas. Quindi non piace.