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La sinistra nella stanza della vergogna

Dai Democratici americani alla sinistra europea, una parte del progressismo occidentale ha smarrito la propria bussola morale. E oggi guarda con compiacimento proprio a quelle forze che avrebbe dovuto combattere.

Daniele Scalise

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La sinistra nella stanza della vergogna
Iimmagine generata con AI

C’è qualcosa di profondamente malinconico, prima ancora che scandaloso, nello spettacolo offerto da una parte della sinistra occidentale. Una sinistra che per decenni ha rivendicato la propria superiorità morale, ha fatto della difesa dei deboli una bandiera, ha proclamato l’universalità dei diritti umani e ha considerato la lotta contro il fascismo, il razzismo e l’antisemitismo un elemento costitutivo della propria identità. E che oggi, con una disinvoltura quasi allegra, sembra aver dimenticato tutto.

O forse ha semplicemente deciso che quei principi erano negoziabili. Che la libertà è un valore relativo, la democrazia una faccenda geografica, i diritti delle donne un argomento da agitare nelle piazze occidentali e da riporre discretamente nel cassetto quando si parla di società governate dall’islamismo radicale. Quanto agli ebrei, la loro sorte pare interessare sempre meno, salvo quando si tratta di commemorare quelli assassinati ottant’anni fa.

Il caso americano è esemplare. E’ chiaro a tutti che le elezioni di metà mandato del 3 novembre rappresentano anche una prova di forza della sinistra radicale all’interno del Partito democratico. Alexandria Ocasio-Cortez, erede politica di Bernie Sanders, sostiene candidati che potrebbero ridisegnare gli equilibri del partito e condizionare la scelta del candidato alla Casa Bianca nel 2028. Tra questi Abdul El-Sayed, candidato al Senato in Michigan, aspramente critico (è un eufemismo, sia chiaro) nei confronti di Israele. Una sua eventuale vittoria viene considerata da Ocasio-Cortez un passaggio decisivo per il progetto politico della nuova generazione che si vuole progressista.
Naturalmente, criticare Israele è del tutto legittimo.

Come è legittimo sostenere la tassazione dei grandi patrimoni, l’assistenza sanitaria universale e una maggiore giustizia sociale. Il problema comincia quando la critica allo Stato ebraico diventa il criterio privilegiato di appartenenza politica, quando l’ostilità verso Israele finisce per prevalere su qualsiasi altra considerazione e quando l’indignazione morale si distribuisce secondo una gerarchia nella quale gli ebrei occupano invariabilmente l’ultimo posto. È qui che la sinistra contemporanea rivela una delle sue contraddizioni più clamorose.

Si batte per i diritti delle minoranze sessuali e manifesta accanto a chi considera l’omosessualità un crimine. Rivendica l’emancipazione femminile e trova infinite attenuanti culturali per società nelle quali le donne sono sottoposte a una sistematica subordinazione. Difende la libertà di espressione e guarda con indulgenza a movimenti che perseguitano il dissenso. Si proclama antifascista e fatica a riconoscere il carattere totalitario di organizzazioni che esaltano il martirio, praticano il culto della morte e considerano lo sterminio degli ebrei un obiettivo politico.

Il 7 ottobre 2023 avrebbe dovuto rappresentare un momento di chiarezza. Di fronte al massacro compiuto da Hamas, alle violenze sessuali, ai rapimenti, all’assassinio deliberato di civili, ci si sarebbe aspettati una reazione inequivocabile da parte di chi si considera erede della tradizione antifascista e umanista europea. Invece abbiamo assistito a uno spettacolo desolante. Le giustificazioni sono cominciate mentre si stava procedendo alla conta delle vittime. Le spiegazioni sociologiche hanno preceduto la pietà. La ricerca delle responsabilità israeliane è diventata, in molti ambienti, più urgente della condanna degli assassini. E da allora il meccanismo si è perfezionato. Ogni atrocità può essere contestualizzata, ogni fanatismo interpretato, ogni forma di violenza ricondotta a una causa superiore. Purché gli autori appartengano al campo che una certa sinistra ha deciso di considerare quello degli oppressi.

È una concezione del mondo nella quale la responsabilità individuale scompare, sostituita da un certificato di innocenza rilasciato sulla base dell’identità politica o dell’appartenenza etnica. Il terrorista diventa un resistente, il fanatico un militante, il carnefice una vittima delle circostanze. E chi osa ricordare che esistono principi universali, validi per tutti e in ogni circostanza, viene accusato di stare dalla parte sbagliata della storia.

La cosa più sorprendente è la sicumera con cui tutto ciò viene esibito. Nessun dubbio, nessuna esitazione, nessun imbarazzo. Anzi, una specie di compiacimento, come se l’abbandono dei vecchi principi costituisse una conquista intellettuale, un segno di maturità politica, una prova di coraggio.

Intanto la sinistra democratica, quella che ancora crede nella libertà individuale, nel pluralismo e nell’universalità dei diritti, si ritrova sempre più spesso sulla difensiva. Negli Stati Uniti Nancy Pelosi prende le distanze dalle posizioni su Israele di El-Sayed e Zohran Mamdani, mentre una parte crescente dell’attivismo progressista considera proprio quelle posizioni un elemento qualificante della propria identità. In Europa accade qualcosa di simile: il timore di contraddire la piazza, di perdere consenso, di essere accusati di tradimento della causa palestinese ha prodotto silenzi, ambiguità e indulgenze che un tempo sarebbero stati considerati intollerabili.

Sarebbe ingiusto attribuire questa deriva all’intera sinistra. Esistono ancora uomini e donne che rifiutano il ricatto ideologico, che distinguono la solidarietà con i palestinesi dalla complicità con Hamas, che riconoscono nell’antisemitismo una minaccia alla democrazia e che continuano a considerare la libertà un bene indivisibile. Ma proprio la loro crescente difficoltà a farsi ascoltare misura la profondità della crisi.

Perché il problema, alla fine, è assai più grande di Israele. Riguarda la capacità dell’Occidente di riconoscere i propri valori e di difenderli anche quando farlo è impopolare. Riguarda il significato stesso della parola progresso. E riguarda una sinistra che, dopo aver contribuito in modo decisivo alle conquiste civili e sociali del Novecento, rischia di consegnare la propria eredità a chi ne rappresenta la negazione. Forse questa sinistra pensa di trovarsi dalla parte giusta della storia.

È una convinzione rassicurante, soprattutto quando evita la fatica di interrogarsi sulle proprie contraddizioni. Ma la storia ha una pessima abitudine: prima o poi presenta il conto. E allora potrebbe scoprire di essere rimasta per anni in un angolo, a celebrare la propria superiorità morale mentre altri difendevano, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, quei principi che essa aveva abbandonato. Nella stanza della vergogna, peraltro, si entra spesso senza accorgersene. Convinti di partecipare a una festa.